Quando torna l’odio. Milano scorta la Segre

Foto in evidenza Liliana Segre (Foto: Ansa)

Di Edoardo Grandi

7 novembre 2019, una data infausta per la democrazia italiana: in seguito a insulti e minacce (sul web ma non solo) alla Senatrice a vita Liliana Segre, il Prefetto di Milano si vede costretto ad assegnarle una scorta per garantire la sua sicurezza. Tecnicamente, viene definita come «tutela»: da allora, due Carabinieri la accompagnano in ogni suo spostamento.

Chi sia Liliana Segre dovrebbe essere ben noto a tutti (si veda tra l’altro l’intervista di Emanuela Niada sul numero 27 di luglio/agosto de Il Bullone).

Cittadina italiana di famiglia ebraica, venne deportata ad Auschwitz appena quattordicenne, il 30 gennaio 1944. Riuscì a sopravvivere all’indicibile orrore dei campi di sterminio nazisti, e dopo essere tornata in Italia, riprese lentamente una vita «normale», per quanto fosse possibile per una ragazzina superare un trauma così atroce. In tempi più recenti ha deciso di aprirsi e di rendere pubblica la sua terribile esperienza della Shoah, testimoniandola instancabilmente nei contesti più vari. Grazie alla sua determinazione e al suo impegno in questo ambito, il 19 gennaio 2018 è stata nominata Senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale».

Un atto doveroso, giusto, persino normale, se vivessimo in un Paese normale, ma così non è: da quel giorno di gennaio la Senatrice è stata fatta bersaglio di una campagna di odio forsennata, soprattutto sui social network. Gravi minacce e insulti irripetibili hanno cominciato a dilagare, a centinaia ogni giorno, diretti a lei. Insomma, si sono scatenati i cosiddetti haters, gli odiatori da tastiera, spesso nascosti dietro falsi account, e famigerati siti online di dubbia origine e finanziamenti, che sembrano avere un unico scopo: diffondere una subcultura dell’odio e della denigrazione, avvelenando il tessuto sociale e fomentando una politica che di quella subcultura fa un cavallo di battaglia, nonché perenne campagna elettorale.

È proprio in seguito a questa abominevole campagna (che da anni colpisce anche altri personaggi della sfera pubblica), che Liliana Segre ha proposto la creazione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. Il 30 ottobre 2019 la sua mozione è stata approvata in Senato con 151 voti a favore (Movimento 5Stelle, Partito Democratico, Liberi e Uguali, Autonomie) e 98 astensioni (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia). Ebbene, mentre i favorevoli si alzavano in piedi applaudendo la Senatrice per la sua battaglia di civiltà e giustizia, gli astenuti restavano ostentatamente seduti. Da allora, se possibile, la campagna d’odio si è fatta ancora più virulenta, e questo ha condotto il Prefetto a prendere la decisione di cui si è parlato in apertura.

Arrivare a dover prendere un provvedimento del genere in una democrazia è scandaloso, ripugnante e paradossale. Una signora di 89 anni che si batte con dignità e pacatezza contro il clima d’odio dilagante, con alte motivazioni sociali e senso delle Istituzioni, che sull’avambraccio porta ancora marchiato il numero 75190 impresso dai nazisti, non dovrebbe avere alcuna necessità di una scorta per essere protetta.

Per fortuna non tutta la società aderisce a questo svilimento e imbarbarimento della politica. A pochi giorni dall’istituzione della scorta, l’11 novembre, sotto una pioggia battente, almeno 5.000 persone si sono radunate al Binario 21 della Stazione centrale, il luogo da cui Liliana Segre venne deportata, a sostegno della Senatrice.

Un presidio pacifico, partecipato, con letture di testi di parenti delle vittime della Shoah, brani tratti da Se questo è un uomo di Primo Levi, testimonianze, canti. Ci sono naturalmente stati interventi di esponenti politici, ma quello che più ha colpito è stata la folta presenza di gente comune, anziani, giovani, famiglie. Un forte segnale di speranza in un periodo buio, in cui i rigurgiti razzisti e antisemiti si fanno sentire non solo in Italia, ma anche in molte altre parti d’Europa.