Commento all’ articolo 4 della Costituzione

Illustrazione in evidenza di Stefania Cavatorta

Di Carlo Baroni

Avevano capito che era quello il punto cruciale. E spesso dolente. Il diritto dei diritti. Quello che consegue a tutti gli altri. Il diritto al lavoro. Se non ce l’hai, anche la libertà e l’uguaglianza vengono svilite. I padri costituenti l’avevano messo proprio in cima alla Carta scrivendo che l’Italia è una repubblica democratica «fondata sul lavoro». E l’hanno ribadito all’articolo 4. Perché questa insistenza? Sapevano che il lavoro non è un privilegio e neanche una concessione. Qualcosa che ti viene elargito per tenerti buono o sotto ricatto. No, è un diritto. E sono stati profetici. Pensate all’Italia di oggi. Quella sconquassata dalla vicenda Ilva e incartata dal caso Alitalia. Un Paese dove il lavoro per i giovani è un contratto di tre mesi a poche centinaia di euro al mese. E non importa il titolo di studio, la cultura acquisita.

L’articolo 4 «impone» alla Repubblica di promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro. Non dice che è il libero mercato a stabilire le regole. Il darwinismo sociale che esiste in altri Paesi. Magari più sviluppati economicamente, ma con un costo sociale spaventoso. Non significa tornare alle nazionalizzazioni, ma neanche all’assenza di uno Stato che viene meno ad un impegno che si era preso nero su bianco settant’anni fa. Uno Stato che si arrabatta tra «co.co.co.» e redditi di cittadinanza, sempre in una logica di cripto-sfruttamento e neo casse del Mezzogiorno, poco più che elemosine che nascondono l’assenza di strategie per dare fiato all’occupazione.

A leggere le statistiche la situazione è grave ma non drammatica. Ma i numeri hanno il potere di mascherare un malessere che si tocca quotidianamente. Il lavoro che si trova ancora con le conoscenze giuste, per non parlare delle raccomandazioni. I concorsi pubblici spesso oscurati da sospetti che rasentano la truffa. Il lavoro è una scommessa.

La seconda parte dell’articolo 4 pone l’attenzione sui doveri del cittadino. Che deve «svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Ampia libertà è concessa al singolo, ma con una sottolineatura importante: il lavoro non è finalizzato solo al proprio benessere personale o a interessi egoistici, ma a contribuire al progresso della società. Materiale o spirituale. Oggi può apparire anacronistico il secondo aggettivo, era il segno di un idealismo che va sbiadendo sempre più. 

IL COMMENTO

Di Sandra Riva

L’art. 4 della Costituzione riconosce il lavoro come diritto. Il lavoro, infatti, permette alla persona l’espressione di potenzialità personali, finalizzata alla produzione di beni materiali, culturali, spirituali, o di servizi utili ai singoli e alla comunità, in cambio di un compenso. Il lavoro rafforza nella persona il senso di fiducia nelle proprie capacità e un’identità positiva; sviluppa le abilità relazionali, fa sentire utili e consapevoli di appartenere a un progetto comune, offre occasioni di confronto e connessioni. Il compenso permette l’autonomia e lo sviluppo di progetti di vita.

Per questo si dice che il lavoro dà dignità e il legislatore ne era ben consapevole, tant’è che dà alla Repubblica il compito di garantirne il diritto. In una società complessa, sono varie le figure professionali necessarie al suo buon funzionamento, così lo Stato riconosce ai cittadini l’opportunità di scelta in base alle proprie possibilità e inclinazioni. Tra l’altro, come è stato dimostrato, più il lavoratore è soddisfatto del proprio lavoro, maggiori sono il suo rendimento e il suo livello di benessere.

L’art. 4 stabilisce chela Repubblica ha il compito di promuovere le condizioni affinché il diritto al lavoro sia effettivo, ma nella realtà dei fatti non è così. Chi ha il compito di incentivare una politica del lavoro, non trova soluzioni efficaci. La crisi economica attuale costringe moltissimi giovani ad emigrare e/o a svolgere lavori occasionali, sottopagati, difficilmente coerenti con il loro curriculum di studi, spesso le condizioni di lavoro sono precarie, esistono situazioni di semischiavitù, come succede a molti immigrati in alcuni settori o aeree geografiche del nostro Paese. L‘assenza di lavoro per i giovani è un gravissimo problema perché tende a provocare frustrazione personale, deresponsabilizzazione, isolamento; diventa impossibile concretizzare sogni e progetti di vita, e i giovani, invece che risorsa, diventano un problema sociale. Nonostante le leggi a tutela, le persone fragili pagano ancor più degli altri. Ma viviamo in una società del profitto dove tutto viene monetizzato e il guadagno anteposto ai valori umani. Penso che tutti abbiano diritto a un lavoro, che ė anche un dovere, in quanto ciascuno è corresponsabile del buon funzionamento del mondo in cui viviamo e tutti dobbiamo sentirci impegnati a sostenerlo e a migliorarlo. Mi piace pensare alla società come a un organismo biologico, in cui tutte le cellule funzionano in modo specializzato, per mantenere vitale il sistema di cui fanno parte, e i sistemi devono connettersi per garantire la sopravvivenza e lo sviluppo dell’organismo stesso. E le singole cellule ricevono energia dal sistema che loro stesse alimentano.