Intervista impossibile a Maria Montessori

Maria Montessori interpretata da Elide M. Taviani

Logo della rubrica a cura di Emanuele Lamedica

Di Alice Nebbia

Una grigia e umida mattina autunnale fa da sfondo ai miei pensieri. Vedo gli studenti già in movimento vicino alla scuola, anche loro pronti ad affrontare la mattinata. Il suono della campanella scandisce l’inizio di un nuovo giorno, ma una presenza insolita desta d’improvviso la mia attenzione. Oggi so che per me e per i ragazzi ci attenderà una giornata diversa, con un approccio diverso, in un ambiente diverso. Direi una giornata speciale. Accanto a me Maria Montessori, che subito mi fa sentire la sua Presenza. Non esito un attimo ad introdurla ai ragazzi…

Maria Montessori, Lei è medico e neuropsichiatra infantile, ha fatto studi naturalistici, antropologici e filosofici; una formazione a 360 gradi, che abbraccia e accoglie mille tratti della mente umana. Che cosa l’ha spinta ad avvicinarsi all’educazione del bambino?

«Mi è piaciuta molto l’idea di lavorare per la cura e l’educazione di bambini che venivano emarginati, se non esclusi, dalla società dei “normali”; così sono entrata nel gruppo di ricerca della clinica psichiatrica di Roma con i professori Montesano e De Sanctis. I risultati sono stati talmente sorprendenti che ho continuato tutta la vita ad occuparmi di educazione».

Quali sono gli aspetti che Lei ritiene fondamentali nella formazione di un buon docente?

«Un buon educatore, una buona maestra devono soprattutto amare la vita e il suo sviluppo, devono aver chiaro, non solo perché glielo insegniamo noi, ma perché lo sperimentano in prima persona, che la vita ha le sue leggi e la cosa migliore che possiamo fare è metterci al suo servizio. Noi prepariamo gli educatori e le maestre a conoscere le caratteristiche dei bambini, e su questa base insegniamo loro ad osservare: osservare il gruppo e ogni singolo per comprendere di cosa hanno bisogno, per proporre attività e materiali adeguati a soddisfare le esigenze individuali e collettive».

Come è possibile «educare alla libertà» (per usare il titolo di un Suo volume) un bambino, affinché un domani possa diventare un cittadino consapevole e responsabile?

«Le prime bambine e i primi bambini con cui ho lavorato all’inizio del secolo scorso lo hanno dimostrato; le ricerche di oggi raccontano di bambini Montessori disponibili, più degli altri, alla collaborazione e alla condivisione, più responsabili, più consapevoli, nostri ex alunni che più degli altri riescono a trovare soddisfazione nella vita e nel lavoro».

Nei Suoi studi e nelle Sue ricerche, grande attenzione viene rivolta anche all’ambiente scolastico, inteso come parte integrante nella crescita e nello sviluppo formativo dell’alunno. Oggi la scuola potrebbe fare di più (e meglio) sotto questo aspetto?

«Se penso a quando ho cominciato nel 1907 a San Lorenzo, a come erano le scuole di allora, devo dire che si è fatto tantissimo! Ma molto c’è ancora da fare. A scuola, come nelle case, siamo spesso pieni di materiali e oggetti inutili, a volte dannosi. Arredi magari fantasiosi o ricercati, ma poco adatti alla loro funzione».

Come è si può educare un bambino all’indipendenza?

«Più che educarlo occorre metterlo nelle condizioni di fare e sperimentare, proponendo attività e strumenti adatti ad affrontare autonomamente le nuove conquiste e i piccoli ostacoli quotidiani. Ad esempio: un bambino piccolo spinto ad alzarsi in piedi e a camminare, ha bisogno di trovare alla sua altezza appigli sufficientemente sicuri per potersi alzare quando ne sente il bisogno e sperimentare i primi passi fra un sostegno e l’altro. Se poi trova nell’ambiente un carretto che gli permetta di camminare sorreggendosi, imparerà a muovere i primi passi con grande sicurezza; un gruppo di ragazzini di 8 o 9 anni attratti da un tema scientifico, storico o sociale, ha bisogno di trovare materiale informativo e scientifico, e di essere guidato in attività di ricerca, per soddisfare il grande bisogno di cultura di quell’età, per sperimentare il gusto di ricercare, per imparare a imparare. Nelle mie scuole, negli ultimi anni delle elementari, spesso i bambini sono in grado di svolgere in autonomia le loro ricerche e il maestro o la maestra devono solo supervisionare. I risultati del lavoro dei nostri alunni a volte sorprenderebbero una scuola superiore».

Maria Montessori interpretata da Max Ramaezzana

Molti affermano che la professione del docente e dell’educatore sia una missione, un percorso che si compie al fianco del bambino o dell’adolescente; una responsabilità professionale e ancor prima, umana ed educativa, molto alta. In una generazione in continuo cambiamento, come si riesce ad essere sempre all’altezza di questa missione?

«Prima di tutto bisogna crederci. Nei corsi vedo allieve ed allievi che vengono da noi perché ci credono molto, altri che arrivano, non si sa perché, da scettici o poco interessati. Il nostro compito è nutrire i primi e far scoccare l’interesse negli altri. Molti, a fine corso, sono profondamente cambiati, dobbiamo continuare ad alimentare l’interesse e il bisogno di conoscere e sostenere i bambini nella loro libera crescita. La nostra può essere una professione e un modo di vivere davvero appassionante: osservare la vita, scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo, sperimentare continuamente ciò che è meglio per quella bambina, per quel bambino, confrontarci con le colleghe e i colleghi. Ogni insegnante che raggiunge questo grado di interesse entra a far parte della felice categoria di persone che nella vita ha trovato la sua strada. Non meno degli scienziati, penetrano i segreti della vita e i compensi che ne ricevono non sono solo per loro, ma per tutti».

Proviamo ad estendere il Suo metodo anche a giovani in età adolescenziale. Come potrebbe il metodo Montessori aiutare a ridurre il fenomeno della dispersione scolastica?

«Per rispondere alle loro esigenze occorrerebbe una scuola in cui sperimentare la produzione e lo scambio. Avrebbero così modo di sviluppare la coscienza sociale, l’autostima e, al tempo stesso, il bisogno di introdurre e approfondire le diverse discipline. Sono molto poche oggi in Italia le realtà dove questo è possibile. La buona notizia è che da qualche anno stanno cominciando a riprendere, anche da noi, le sperimentazioni Montessori nella scuola secondaria. Alcuni adolescenti compensano l’aridità dello studio in aula, con attività extrascolastiche quali scoutismo e volontariato; ma la società investe poco su di loro, e spesso sono considerati soprattutto per quello che consumano».

Un’ultima domanda: applicare oggi il metodo Montessori è una vera sfida in ambito educativo. Credo anche, da giovane docente, che la vera sfida del futuro sia contribuire a migliorare un sistema educativo più inclusivo, più aperto e sensibile ai bisogni e alle esigenze di tutti. Lei, a questo proposito, cosa potrebbe suggerirci?

«Il mio “metodo” in realtà non è un metodo didattico, ma un metodo scientifico. È proprio la rigorosità scientifica ciò che lo rende adeguato a rispondere alle attuali sfide poste all’educazione e a proiettarsi nel futuro. Nell’ambiente delle nostre scuole ognuno, qualunque sia la sua provenienza, il suo stato d’animo e il suo vissuto, può trovarsi e ritrovarsi, e inserirsi nel lavoro ancor prima, ad esempio, di conoscere la nostra lingua. L’aspetto che più di tutti rende i materiali Montessori particolarmente adatti a bambini di diverse provenienze e abilità, è che il nostro materiale è stato ideato e sperimentato per essere utilizzato dalle bambine e dai bambini autonomamente, dopo la presentazione da parte dell’insegnante. Non un materiale didattico, ma un materiale per lo sviluppo di bambini liberi».

A cura di: Elide M. Taviani, maestra, formatrice, membro del Centro Studi dell’Opera Nazionale MontessoriP