Clima e migrazioni – Intervista a Filippo Grandi Alto Commissario delle Nazioni Unita per i rifugiati

Di Fiamma Colette Invernizzi

Migranti. Libia. Sciiti e sunniti. Aerei abbattuti. Giacimenti. Corridoi umanitari. Rifugiati. Siria. Pashtun. Ingiustizie. Gaza. Guerra civile. Traffici illeciti. Talebani. Barconi. Campi di detenzione. Hazari. Musulmani. Terrore. Immigrati. Invasione. Trump con i suoi tweet. Urla. Si potrebbe andare avanti all’infinito, così, a tagliuzzare e mescolare realtà che si amalgamano, annegando nel calderone della conoscenza superficiale. A chi chiedere chiarezza, dunque? Ecco che Filippo Grandi ci viene in aiuto – mi viene in aiuto – con la voce di chi sta viaggiando silenziosamente per rendere il mondo un posto migliore, verso Parigi, per poi volare verso il Sahel, quella fascia di territorio africano schiacciata a nord dal Sahara e a sud dalle savane del Sudan. Appena ci scambiamo il saluto ho la percezione che di domande vorrei farne un migliaio, all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, per farmi raccontare davvero come funzionano le cose che non vedo funzionare nei titoli di giornale. Migranti. Libia. Sciiti e sunniti. Aerei abbattuti. Giacimenti. Corridoi umanitari. Lui sa. A me non resta che respirare, domandare e ascoltare. A voi, leggere.

Filippo Grandi Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati

Ieri era la Siria, oggi la Libia, domani i barconi carichi di richiedenti asilo diretti in Svezia. Sui giornali non facciamo che leggere di conflitti che compaiono e spariscono, per poi rinascere più annodati di prima. Come si riesce, in questo mare, a gestire tutte le informazioni? 

«Ho capito», afferma Grandi dopo un lungo e profondo silenzio. «Permettimi di dire una cosa. Il primo passo da fare è imparare a capire la complessità di ogni situazione, per poi comprendere la situazione stessa. Siamo in un momento storico particolarmente difficile da decifrare, in cui non è presente la dominazione di uno Stato sugli altricome fino a poco tempo fa erano gli Stati Uniti, con la loro potenza economica e militare – o addirittura non possiamo confrontarci con due evidenti antagonisti, come potevano essere USA e URSS durante la Guerra Fredda. Viviamo in un periodo in cui le potenze dominanti sono in forte contrazione e, al contrario, prendono piede quelle regionali, come la Turchia o l’Iran. Come puoi immaginare, tutto questo sposta l’attenzione in direzione di molteplici fattori e realtà che non sono facili da conoscere e sulle quali non è nemmeno facile intervenire dal punto di vista di aiuti umanitari e regolamentazioni. I conflitti contemporanei sfuggono sempre di più alle regole della guerra – sì, fino ad oggi anche le guerre hanno seguito norme ben precise – causando violenze sistematiche incontrollate, esponendo i civili alle offese militari e rendendo ancor più difficile l’intervento di enti internazionali come la NATO o l’UNHCR». 

Quindi dobbiamo parlare di guerre civili e non di manifesti conflitti a scala internazionale?

«No, nemmeno», continua l’Alto Commissario, «non sono nemmeno guerre civili. La situazione è più complessa ancora: il mondo ha attraversato fasi di dominio e di equilibrio mentre ora ci troviamo in un difficile momento di transizione in cui gli Stati prendono le parti di una fazione spesso occulta e non manifesta, finanziata da giganteschi interessi economici illeciti, come il traffico di armi o di droga».

E come facciamo, noi tutti, ad informarci bene, in una situazione simile?

«Partiamo dal presupposto che purtroppo c’è moltissima disinformazione deliberata e che i social media incrementano di gran lunga la non conoscenza, rispetto alla vera consapevolezza. Detto ciò, ancora una volta, la risposta sta nell’accettare la complessità delle dinamiche e della geopolitica, senza pensare che possa essere una materia facilmente accessibile o che abbia sempre delle risposte certe. L’importante è il voler fare fatica e avere il coraggio di essere curiosi. Queste due soluzioni, insieme, permettono a chiunque di informarsi alla perfezione su ciò che sta accadendo. Con la curiosità si è spinti a leggere e scovare differenti punti di vista, scendendo in profondità e accettando il fatto che in queste dinamiche non esiste un bianco e un nero, così come non esiste un giusto e uno sbagliato. Al giorno d’oggi rischiamo di essere sempre più schiavi della superficialità, dimenticandoci di tutti i passi che sono stati fatti nei secoli scorsi. Io ci tengo molto e lo dico spesso: dobbiamo fare attenzione alla memoria storica che impallidisce, perché porta con sé un abbassamento etico che ha come conseguenza i conflitti a cui assistiamo in questo momento. Io che sono nato poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, porto con me il ricordo – che si percepiva nell’aria in quegli anni – del dramma che aveva da poco colpito il mondo. Ora questa sensazione – quella che tiene all’erta l’umanità, perché qualcosa di simile non accada più – è difficilissima da trasmettere ai giovani. Perché nelle scuole non si insegna l’importanza della convivenza e della cooperazione internazionale, dei trattati o di tutti i principi in grado di moderare l’aggressività della comunità internazionale? Bisogna riuscire a spiegare ai giovani che, per esempio, negli anni ’40 sono stati fatti passi straordinari: la dichiarazione dei diritti umani nel ’48 e la convenzione sui rifugiati nel ’51 sono solo alcuni di questi. Oggi risulterebbe impossibile cominciare ad avere una discussione su qualsiasi di queste grandi questioni di diritto. Se dovessimo stabilirle non ci riusciremmo, perché non è più presente il contesto politico di allora. Ma quel contesto politico – che non era molto facile, ricordiamocelo, dato che era la Guerra Fredda – portava con sé la coscienza che bisognava mettere dei paletti a una nuova guerra. Ora, purtroppo, questa coscienza sta declinando, ed è ciò che più mi preoccupa».

Eppure, qualcosa di buono, le nuove generazioni lo stanno facendo. I Friday For Future e l’attenzione al clima ne sono un esempio…

«Sì, è vero. La globalizzazione porta anche più affezione per le sfide globali e questi movimenti giovanili che trovo straordinari. Ci troviamo davanti a due contesti opposti: da un lato un’ideologia politica predominante, sempre più frammentata e sovranista, populista e che io definisco quella del “me first”, dell’Io-prima. Dal lato opposto, invece, è proprio la globalizzazione che ci mette davanti al fatto che esistono delle sfide da cui non possiamo tirarci indietro, che sono comuni e necessarie. Faccio un esempio lampante: se pensiamo alle epidemie – la sars, l’ebola o l’ultimissimo coronavirus – il pericolo ci pare immediato e l’umanità intera si mobilita per gli aiuti umanitari, le ricerche mediche e scientifiche.

La salute è quella che ci interpella di più, inevitabilmente. Ecco, dobbiamo imparare a pensare al clima e alle migrazioni con la stessa attenzione e la medesima urgenza, perché il pericolo di una crisi climatica è allo stesso livello di quello del coronavirus. Non stiamo facendo abbastanza per contrastare queste emergenze e spesso ci dimentichiamo che è tutto connesso: i disastri naturali più frequenti hanno un impatto immediato su certe popolazioni e sulle comunità che entrano in conflitto come sta accadendo proprio nel Sahel – a causa di mancanza di risorse primarie agricole e di allevamento. A loro volta questi conflitti forzano masse di popolazioni a muoversi verso nuovi territori».

Ora mi permetta una domanda più personale: dopo tutti questi anni a contatto con i conflitti e le ingiustizie, esiste ancora qualcosa che la fa veramente arrabbiare? 

«Trovo profondamente sbagliato tutto ciò che si può definire come abuso delle relazioni tra le persone: inteso, a livello più triviale, come pura mancanza di rispetto – che vendiamo sempre più diffusa in ogni contesto – e, a livello di eccesso massimo, come razzismo. Uno è figlio dell’altra. Bisogna ricordarsi sempre che una società in cui manca il rispetto umano è una società che lascia automaticamente spazio all’odio o alla discriminazione. Secondo me tutto questo arco di ostilità fra persone è quello che oggi di certo mi angoscia più di tutto e, a dire il vero, in alcune esplicite manifestazioni, mi fa andare davvero in bestia. Non basta indignarsi, però, si deve attentamente capire il perché di certe azioni e rispondere. Quello che fa scattare la rabbia è l’uso deliberato di questa mancanza di rispetto a fini politici o di potere, che è in assoluto la cosa peggiore, di una meschinità bassa e volgare. Abitiamo un mondo di contraddizioni, in cui spesso la bugia emotiva prevale sulla realtà, e questo fa sempre innervosire. Se penso alle migrazioni, mi è duro pensare che viviamo in una società che in larga parte si professa ostile a questo fenomeno e poi lo sfrutta, guadagnandoci sopra del denaro sporco. Un buon governo accetterebbe la complessità del fenomeno e un innalzamento dei costi di gestione, portando alla vittoria morale e umana di contrastare lo sfruttamento e l’illegalità».

Un sogno, insomma. Ecco, ora ho un’ultima domanda. Quattro anni fa, per il primo numero del Bullone, le avevo chiesto che speranza avesse per i giovani e per il loro futuro e Lei aveva risposto con una frase che mi è rimasta impressa in mente per tutto questo tempo e che recitava così: «Dovremmo imparare a educare le generazioni future – ma anche noi stessi – ad avere di meno per avere di più». La pensa ancora allo stesso modo?

«Sì. Penso ancora che sia necessario imparare ad avere di più con meno. Ora però, penso che ci sia ancora più urgenza in questo. Avere il privilegio di avere tutto – come che è la condizione in cui ci troviamo noi in Occidente – non vuol dire che abbiamo la libertà di usare tutto, né men che meno il dovere di abusare di tutto. E questo è un messaggio fondamentale, che va insegnato ai giovani d’oggi. I social in questo sono degli strumenti estremamente pericolosi, perché accrescono un’errata percezione. Noi siamo dalla parte di chi ha. E che ha fin troppo, aggiungerei. Non possiamo dimenticarcelo e non possiamo non accorgercene. Siamo dalla parte di chi ha. Quindi sì, dovremmo imparare con urgenza a educare le generazioni ad avere di meno per avere di più. Questo è l’appello». 

Migranti. Libia. Sciiti e sunniti. Aerei abbattuti. Giacimenti. Corridoi umanitari. Rifugiati. Siria. Pashtun. Ingiustizie. Gaza. Guerra civile. Traffici illeciti. Talebani. Barconi. Campi di detenzione. Hazari. Musulmani. Terrore. Immigrati. Invasione. Trump con i suoi tweet. Urla. Esiste un metodo, per approfondire e conoscere le sfumature di un periodo storico come il nostro, e sta nel coraggio della curiosità, nell’imparare a fare fatica e nell’avere vicino delle persone in grado di condividere saggezza e conoscenza, come Filippo Grandi.