Residence del Comitato Maria Letizia Verga – le storie delle famiglie

Di Erald Leshi

C’è un luogo a Monza. Un luogo dove ogni giorno si incontrano nazionalità, culture, emozioni e storie diverse. Tutto ciò che hanno in comune è una sofferenza illuminata però, da un inebriante sentimento di speranza. Questo luogo è il «Residence Maria Letizia Verga», che dal 1999 ospita i bambini in cura e le loro famiglie. È qui che ci è stata data l’occasione di parlare con alcune delle mamme ospiti del Residence, che si sono rese disponibili a condividere con noi la loro esperienza. Siamo stati accolti da Maria e Antonio che gestiscono la struttura dagli albori della fondazione e che si prendono cura di queste straordinarie famiglie. 

Una volta che ci siamo presentati abbiamo subito fatto conoscenza con le mamme. 

La prima a prendere la parola è Junilda, la quale ci racconta di come sia dovuta venire in Italia dall’Albania, affinché il figlio potesse guarire. Con stupore ci rendiamo conto che al tavolo, altre quattro madri condividono questo identico percorso. Alma e Kela ci confermano che anche loro sono dovute «fuggire» dall’Albania per la stessa ragione; la stessa sorte è toccata ad Emine dal Kosovo e a Zaida dal Perù.

Junilda prosegue la sua storia raccontandoci che due anni fa il figlio si è dovuto sottoporre al trapianto e con voce rotta dall’emozione ci dice che ha dovuto lasciare il figlio piccolo di 4 anni in Albania con il padre.

Interviene poi Emine, che fa del suo meglio con le conoscenze di italiano che ha, per cercare di parlarci della sua esperienza. Ci racconta che il figlio è malato da ormai 6 anni e che da poco ha avuto una ricaduta della quale lui ancora non sa niente: «ogni giorno mi chiede come mai gli hanno rimesso il catetere se è già guarito…»; poi c’è Alma che ha scoperto la malattia del piccolo Alessio durante una vacanza in Italia.

«Eravamo felicissimi. Vedere l’Italia è sempre stato un sogno di Alessio. Mai avremmo immaginato che una semplice febbre sarebbe stato il segnale di quel terribile male».

Al suo fianco prende la parola Serena, la mamma della piccola Noemi che è venuta dalla Valtellina con il marito. Ci racconta che si è subito sentita a casa: «qua siamo tutti una grande famiglia», una frase che tutte le mamme ci ripetono durante l’intervista. 

Foto dell’incontro tra i B.Livers e le mamme ospiti del residence (Foto: Sandra Riva)

Prende quindi la parola Matilde, la mamma di Gioia, che ci mette da subito in chiaro la sua tendenza ad andare sempre contro corrente. Ci racconta che quando la figlia Gioia si è ammalata di drepanocitosi e non si è trovato un donatore, lei ha fieramente sostenuto che lo avrebbe trovato personalmente. Fu così che, in accordo con il marito, ha deciso di mettere al mondo Angelo, nella speranza che potesse essere un donatore compatibile per la sorella. 

Gioia ha già ricevuto due trapianti con successo. Adesso non può uscire spesso, poiché le sue difese immunitarie sono ancora un po’ basse, quindi trascorre molto del suo tempo a leggere e a scrivere.

Il suo sogno nel cassetto è quello di fondare un’associazione per aiutare i bambini ammalati in Africa, quando sarà grande.

Prosegue poi Ida con voce spezzata dall’emozione. 

Ci racconta che suo figlio maggiore è affetto da autismo. E che, con il marito hanno deciso di avere un altro figlio per non lasciare solo il fratello quando loro non ci saranno più. 

Nasce così Davide, il quale però, nel 2018 si ammala di leucemia. Ida chiede di essere ospitata in cascina per timore che il figlio maggiore involontariamente possa causare danni al piccolo Davide. 

«Ogni sera mio marito mi dice nostro figlio maggiore chiede di me. La mia unica consolazione è che Davide almeno potrà guarire, mentre il più grande purtroppo rimarrà sempre nel suo “limbo”. Tuttavia, se avrà un fratello che sarà in grado di dargli una mano, potrò chiudere gli occhi un po’ più tranquilla».  Subito dopo è costretta a congedarsi per andare in camera dal figlio. Ci spiega che ha bisogno di cure costanti a causa del sondino, quindi non può stare lontana troppo tempo. 

L’ultima a prendere la parola è Daniela, la mamma di Roberto. Suo figlio ha 21 anni e dopo un anno di sedia a rotelle ha finalmente ricominciato a camminare. Anche loro lontani dalla loro casa a Pesaro, hanno trovato nel Residence una «seconda famiglia».

Prima della conclusione Matilde ci confessa un suo timore. Goia tra poco dovrà ricominciare ad andare a scuola e teme che possa essere presa in giro per il suo aspetto: «ha paura dei bulli perché già da piccola la prendevano in giro per il colore della sua pelle. Adesso che non ha più i capelli si sente molto insicura».

Ci racconta che Gioia si rifiuta persino di fare le videochiamate con le sue amiche, perché non vuole farsi vedere senza capelli

Ci sono sguardi di comprensione, sguardi che condividono il medesimo timore, ma soprattutto sguardi pieni di speranza. 

In questo contesto salta spesso fuori la parola «resilienza», la straordinaria capacità che hanno i piccoli guerrieri che ogni giorno combattono una battaglia spesso silenziosa, per guadagnarsi il basilare diritto di vivere, diritto dato per scontato da tutti gli altri. Questa capacità però non è solo loro, ma anche delle loro magnifiche famiglie. Le mamme, i papà e a volte persino i nonni che sarebbero disposti a sacrificare tutto per i loro piccoli combattenti. 

 La loro è stata e sarà una battaglia dura, ma sicuramente non solitaria.

Maria e Antonio, più di vent’anni dedicati agli altri

Di Sofia Segre Reinach

La vita di Antonio e Maria Mezzacapo non è una storia. È una lezione per tutti. Sono due rivoluzionari che non hanno mai rinunciato a vivere l’ordinarietà, hanno preferito affrontare ogni momento di sofferenza e gioia insieme. E che sofferenza quando perdi una figlia! Quando decidi di mollare il tuo paese a pochi chilometri da Caserta, per trasferirti al nord cercando di dare un senso alla perdita e un senso alla tua vita. 

Non una migrazione alla ricerca del lavoro. Una migrazione alla ricerca della speranza.

Così Antonio e Maria sono finiti al Residence del Comitato Maria Letizia Verga, che ospita i genitori con i loro figli malati in cura all’ospedale di Monza, proprio di fronte a questa bellissima cascina ristrutturata con i fondi dei donatori. 
Antonio e Maria salgono al nord per curare la figlia Katia, che si ammala di leucemia a 27 mesi di vita. 

Cinque anni dopo, nel 1998, Katia non regge i due tentativi di trapianto e vola oltre le nuvole. Non è bastato sperare nella compatibilità al 70% del midollo delle sorelle Elena, nata nel 1995 e Paola, nata nel 1996, come non è bastato il sangue periferico di papà Antonio. 

Dopo mesi, anni di lotta Maria, Antonio e le loro bambine tornano a casa, in Campania. Fino a quando arriva una telefonata di Giovanni Verga e Rosanna Luperini: «Vorremmo affidare a voi la gestione della cascina che stiamo ristrutturando e che diventerà un residence per ospitare le famiglie dei figli malati. Pensateci». 

Qui scende in campo Maria che senza un dubbio spinge Antonio ad accettare. La famiglia riparte e comincia un’altra avventura nei luoghi del grande dolore. «La perdita è qualche cosa di fisico, ti manca il respiro, vai in apnea, e quel respiro non ti torna più. Alla fine vivi, sei anche felice, ma non sei mai completo. Io e Maria ci riteniamo fortunati, perché lei, prima di me, ha capito che ritornare a una vita normale sarebbe stato come dire che era tutto finito, e lei ha capito che non doveva essere così. Abbiamo accettato la proposta e “riversato” la nostra speranza egoisticamente negli altri bambini. Giovanni Verga e gli altri genitori del Comitato ci hanno insegnato a non chiuderci davanti al dolore, perché viverlo da soli porta alla disperazione».

C’è tanta sofferenza in queste stanze, per lo più abitate da mamme lontane da casa con i loro figli. Italiane e non. Vengono dai Paesi dell’Est, dall’Asia, dall’Africa. Tanta sofferenza, ma anche la speranza di vedere i bambini guariti che diventano uomini, che vanno all’università. Come i B.Livers e i ragazzi della Mitica, la squadra di calcio dei giovani guariti. E lì vedi Katia. La speranza, appunto. 

Maria e Antonio che gestiscono il Residence del Comitato Maria Letizia Verga (Foto: Sandra Riva)

«Siamo entrati in questa casa (per noi è una casa non un residence) il 10 maggio 1999. Il primo bambino, Dario, è entrato il 16 luglio dello stesso anno. Ora sta bene, è altissimo e gioca a basket. Abbiamo sedici camere divise tra monolocali e bilocali. Ad oggi abbiamo ospitato oltre seicento bambini, che poi fanno un numero maggiore, perché alcuni di loro tornano più volte. Abbiamo avuto più di cinquemila ingressi in questi vent’anni. Purtroppo non sempre riusciamo ad accogliere tutti, il percorso di cura mediamente prevede circa due anni. Nel tempo, il Comitato Maria Letizia Verga ha sopperito al problema affittando dei monolocali in alcune strutture commerciali vicine e con altri due appartamenti uno a Monza, uno a Lissone. In alcuni casi chiediamo aiuto agli assistenti sociali».

Di storie da raccontare Maria e Antonio ne hanno tantissime. Alcune quasi non sembrerebbero neanche vere, per la quantità di sfortuna e dolore che portano. 

Ma una cosa in particolare Antonio ci tiene a dirla, dopo aver vissuto in questo luogo per vent’anni: «Noi uomini saremmo veramente poco senza le donne. Ho una venerazione per loro, dopo aver visto quello che sono capaci di fare, che a volte non è fare, è anche semplicemente “stare”. La loro forza è immensa». 

Antonio e Maria dal 1999 non sono mai più andati via. Hanno avuto coraggio, il coraggio di stare dentro questo luogo speciale e stare accanto alle famiglie. Non sempre i bimbi guariscono. Ma si deve andare avanti.