Il Paese Ritrovato per i malati di Alzheimer

Di Bianca Ceccarelli

Di questi tempi risulta sempre più difficile vedere il lato positivo delle cose, concentrarsi su quello che funziona, invece che lasciarsi abbattere dall’atteggiamento di sfiducia che blocca ogni iniziativa. Avere voglia di affrontare gli ostacoli che già si conoscono, oltre a quelli che nemmeno si immaginano, appare ai più un’impresa folle. Per fortuna però, c’è anche chi non vuole dare retta alle sole voci pregne di negatività, che creano come un tappeto sonoro di scoraggiamento e con grande slancio si tuffa nell’oceano della burocrazia per realizzare un buon proposito. Ne è un esempio perfetto «Il Paese Ritrovato», una città in miniatura, che nasce per ospitare anziani affetti da Alzheimer e da forme di demenza senile degenerative. Il complesso è situato a pochi passi dalla Villa Reale di Monza, costruito circa due anni fa, a seguito delle sovvenzioni di poche famiglie facoltose di Monza e di qualche ente privato, i quali hanno creduto nella vita oltre la malattia. In questa realtà è presente quel connubio perfetto tra intelligenza e creatività che prende vita quando si aggiunge l’elemento chiave: la fiducia, quella nell’intento e quella tra le persone.

Un’immagine de «Il Paese Ritrovato» di Monza

Gli ospiti vivono in residenze costituite da appartamenti che hanno ampi spazi comuni e adeguati spazi privati. Nel paese ritrovato non si vedono camici in giro, tutti gli operatori, medici, infermieri, operatori socio-sanitari, educatori, psicologi, sono riconoscibili da un cartellino che portano al collo e dal sorriso sempre stampato sul volto. Ogni giorno gli ospiti sono liberi di girare nel paese, nei giardini, di andare al bar con i propri amici, o magari in palestra. C’è anche una chiesa dove Don Luca celebra la messa ogni domenica e un cineteatro per assistere a spettacoli o concerti. In poche parole quello che il Paese Ritrovato garantisce è umanità e dignità: tutti gli ospiti vengono chiamati con il loro nome e trattati con rispetto e dolcezza, è come una grande famiglia. Al Paese sono tutti consapevoli di portare avanti un progetto sperimentale, che sta crescendo con loro, tutti i professionisti specializzati sono sempre aperti al dialogo, al confronto, a nuove idee e spunti dall’esterno. Per esempio, la mia piccola compagnia di attori ed io ci esibiamo qualche volta per intrattenere gli ospiti nel teatro del Paese: devo dire che un pubblico così caloroso è il sogno di ogni attore. Da quando mia nonna è al Paese Ritrovato è come se avesse tirato un sospiro di sollievo, vive serena nonostante la malattia. Vita, così si chiama mia nonna.

Uno degli spazi comuni all’interno del centro

Questo nome mi suonava strano all’inizio quando la sentivo chiamare dai suoi nuovi amici del Paese, perché tutti in famiglia la chiamavamo nonna Tina, ma in realtà a lei questo nome non è mai piaciuto e ha ragione, perché un nome bello come il suo non ha bisogno di un diminutivo. Stare a contatto con questa malattia non è semplice, ti costringe a porti dei quesiti ai quali non sai rispondere. Ma forse dopo un po’ queste domande perdono di rilevanza, perché stare con loro, ospiti e operatori, ti fa capire quanto è preziosa la vita, quanto è necessario non abbandonare mai la speranza, non smettere mai di sorridere, stare nel presente, vivere. C’è chi avverte l’Alzheimer in modo fin troppo drammatico, ma a me piace pensare che mia nonna e tutti gli altri ospiti siano felici nel loro mondo, certo una parte di loro non è più cosciente, ma questo non toglie la possibilità a noi, i loro nipoti e figli, di prenderci cura di loro, che ci preparavano la merenda dopo la scuola, che ci raccontavano le favole prima di dormire, che ci hanno insegnato a vivere.