Cosa ti spinge a guarire – Cosa significa stare bene?

Di Francesca Filardi

Circa quattro anni fa c’è stata la mia rinascita; è iniziata la riscoperta, o meglio, la scoperta di me stessa. Dopo aver toccato il fondo e sfiorato la fine, è partita quella seconda vita che tutti vorremmo. Per ottenerla ho lottato tanto e combatto ancora oggi, sentendomi quasi sempre sbagliata, imperfetta, inferiore, in difetto o in dovere verso qualcosa o qualcuno al di fuori di me; in una società che è una vetrina in cui ad essere esposte sono unicamente la perfezione, la bellezza e dove il pre-occuparsi degli altri sembra essere quasi un difetto.

Forse ciò che davvero mi ha spinta a guarire è stato l’accettare, in maniera profonda e onesta in primis con me stessa, che prima di essere felici bisogna imparare ad essere infelici. 

La società attuale è portata a credere che la tristezza vada sempre soffocata perché fa male, invece è stata proprio questa a permettermi di risalire. La tristezza e con lei il dolore, mi hanno permesso di cambiare prospettiva, di assumere uno sguardo più distaccato, ma nello stesso tempo più autentico, sulla mia condizione, che non era quella più di un essere umano e sulle mie relazioni, che non erano certo perfette. 

È solo legittimandosi a poter vedere le cose nella loro reale natura e che spesso diamo per scontate, che accetti la realtà.

L’accettazione è il motore per non accontentarsi, ma allo stesso tempo non distruggersi, se il mondo che ci circonda non lo possiamo controllare e migliorare a nostro piacimento. 

Ma cosa vuol dire quindi essere felici?

Secondo me la felicità è data dalla capacità di «stare nell’assenza»: di stimoli esterni, di distrazioni che portano lontano dalla spinta nata dalla propria persona, dai propri bisogni e desideri. Una persona che non è in grado di ri-conoscere o soddisfare i propri stimoli, bisogni e desideri, non riesce quindi ad essere felice e a trovare piacere e godimento da essi. Per questo, secondo me, è spesso nella Natura, negli spazi aperti ed esterni, che si avvertono i sensori dello «stare bene».

Inoltre, la felicità è data dalla capacità di «stare» nelle relazioni interpersonali senza venirne danneggiati. Dal mio punto di vista ciò non si traduce, però, in un’uguaglianza di ruoli, ma nelle qualità positive delle relazioni stesse, senza mai viverle subendo o dominando. Tutti abbiamo bisogno di relazioni, devono servire per arricchirsi e crescere reciprocamente.

Sono arrivata a questa consapevolezza non potendo più condurre una vita normale: chiusa tra le mura di un ospedale e di casa mia; prigioniera di un corpo e di ossessioni che mi rendevano cieca e sorda, sazia di emozioni sterili, vuota di sensazioni fragili, costretta a star ferma dalla pesantezza della mente in un corpo leggerissimo e da un’anima immobile in un mondo che correva veloce.

Io, di conseguenza, credo che mi sentirò veramente felice quando imparerò a «star bene» con me stessa e con gli altri.

La malattia e con lei, la guarigione, sono state una possibilità concessa a me stessa, di scoprire modi alternativi e strade secondarie per affrontare quella che continua ad essere Vita: nutrimento per sentirsi Persona prima che Malato, ricordandosi il «peso» che tutto questo ha per continuare a stare nel mondo in una maniera che valorizzi l’individualità. Verso gli altri, invece, è stata un esempio pratico di solidarietà e di come il bene può essere contagioso e arricchente, in una società sempre più insensibile e ripiegata su se stessa, come lo è la nostra.