Il libro a staffetta. Capitolo I – Riccardo e l’incubo delle pagine bianche

In questi tempi costretti in casa da quel maledetto Coronavirus, i cronisti del Bullone si cimentano in un’esperienza più volte desiderata durante le riunioni di redazione del giornale. «Ma perché́ non scriviamo un libro, tutti insieme?». Abbiamo deciso di partire in questo numero, chiedendo l’aiuto di uno scrittore e formatore professionista, Lorenzo Carpanè, che è stato il ghost writer del primo romanzo dei B.Livers, La Compagnia del Bullone. Il Bullone vi propone quindi, cari lettori, un libro a staffetta: ogni mese uscirà un capitolo scritto da un ragazzo, che altro non sarà se non la prosecuzione del capitolo precedente. Un lungo filo rosso con i medesimi protagonisti, la stessa location e la medesima ambientazione temporale. Un gruppo di giovani che abitano una città, Milano, e vivono il decennio che si avvicina al 2030. Spetterà  a ogni B.Liver arricchire il proprio scritto con immaginazione legandosi al finale del capitolo precedente. Sarà un libro aperto, collettivo. Si darà la precedenza ai ragazzi del Bullone, ma anche volontari e studenti che ci hanno seguito in questi anni potranno immergersi e confrontarsi con un’esperienza unica e, speriamo, fantastica per tutti.

Di Edoardo Hesemberger

Questa illustrazione di copertina e quelle delle pagine seguenti sono di Giulia Pez, che ringraziamo di cuore. In questi disegni c’è l’essenza di quello che vogliamo fare: un libro,
la mano di tutti i ragazzi e i volontari de Il Bullone, e il simbolo della nostra Fondazione. Il bullone perché è qualche cosa di concreto, che tiene insieme. Un gruppo di ragazzi
provenienti da diverse esperienze di malattia che hanno voglia di raccontare come vedono e come vorrebbero il mondo fra qualche anno.

Parola. Un’altra parola. No. Cancella. Ancora una parola. Cancella di nuovo. 

Erano settimane che sul computer di Riccardo comparivano parole solo per essere poi cancellate. Non aveva idee, eppure si era messo in testa che il modo per uscire dai suoi problemi fosse quello di scrivere un libro. Lui, che di libri ne aveva letti forse quindici in tutta la vita, sette Harry Potter inclusi. Eppure, da quando aveva iniziato due settimane prima, non riusciva a pensare ad altro; voleva scrivere un libro. 

Si chiese da cosa cominciare, e furbescamente decise di leggere le prime pagine, solo e soltanto le prime pagine, di tutti i libri che trovava per casa. Per qualche giorno le mattinate passarono così e dopo pranzo, con l’illusione di aver intrapreso la giusta via, prendeva un giacchino leggero, i suoi fidati occhiali da sole, e usciva, destinazione casa di Lapo. 

Casa di Lapo era nel pieno centro di Milano, in via Olmetto: una di quelle viuzze strette dove si trovano quelle case che, non appena superato il portoncino così basso che per passare bisogna chinarsi per non sbattere la testa, presentano un cortile vasto; e poi il parcheggio per le macchine ricoperto di ciottoli e più avanti un prato, tagliato rigorosamente all’inglese, dove i padroni dei cani del palazzo fanno svagare i loro adorati compagni di vita. 

Ecco Lapo abitava lì, in quel palazzo così signorile che non c’entrava assolutamente nulla con la sua personalità. Aveva ereditato un appartamento, per modo di dire, al piano terra, con cortile e soffitti alti, quasi come se fosse uno di quelle ville della nobiltà ottocentesca. Viveva da solo, entrambi i genitori erano prematuramente scomparsi in un tragico incidente aereo lasciando a lui, unico figlio, tutto ciò che era in loro possesso. 

Riccardo e Lapo trascorrevano spesso i pomeriggi di settembre insieme, perché, nonostante fossero entrambi iscritti all’università, ed entrambi rigorosamente qualche semestre in ritardo, non avevano nulla di meglio da fare se non trovarsi per fumare qualche sigaretta; il più delle volte magari qualche canna, parlando d’amore, di vita, di stelle e di mondo. Ogni tanto si univa a loro qualche amico, e quando erano più fortunati anche qualche amica. 

Da un paio di giorni però, Riccardo aveva deciso che non sarebbe uscito di casa, per provare a scrivere almeno una pagina di quella che sperava sarebbe stata la chiave del suo successo; erano quindi quasi settantadue ore che non usciva, non si vestiva e mangiava solo quello che gli veniva portato a domicilio dai suoi svariati ristoranti di fiducia. 

Riccardo viveva con i genitori, che in quel momento però non erano ancora tornati dalle vacanze, e quindi poteva godersi la tranquillità di una casa vuota, senza regole, dove la sua solitudine l’avrebbe portato a due possibili risultati: l’arte o la pazzia, che a pensarci bene il più delle volte coincidono.

Insomma in una domenica di fine settembre si trovava sulla sua scrivania, l’orologio segnava le dodici passate, e il telefono qualche chiamata persa degli amici. Appena sveglio, con un caffè americano al suo fianco, si mise al computer, il monitor davanti agli occhi che sembrava volerlo prendere in giro. 

Ogni volta che provava anche solo a toccare un tasto il suo cervello gli poneva domande che avrebbero reso impossibile la continuazione di ciò che stava per scrivere. Le mani passavano da fredde a calde a sudate senza che lui neanche le muovesse, non riusciva a controllare niente e la cosa lo mandava sempre più su di giri; gli occhi si muovevano dall’orologio da polso a quello del computer passando per il quadro appeso di fronte alla sua scrivania, dove gli sembrava di essere seduto da ore. 

Edoardo Hesemberger

Dopo settantadue ore di reclusione forzata cominciava a chiedersi se quella di scrivere un libro non fosse stata la sua idea più stupida di sempre, e dire che di cose stupide ne aveva fatte parecchie. 

Una volta si era perfino convinto di poter diventare ricco dipingendo improbabili quadri astratti; aveva convocato un amico, appassionato d’arte e di artisti, e dopo aver allestito uno scantinato a «laboratorio» di pittura si rese conto che non c’era nessun universo in cui i suoi agglomerati di vernice avrebbero mai avuto successo. 

I colori per lui non avevano logica, e il solo pensiero di poter replicare le opere di Pollock rappresentava la base dei suoi fallimenti. 

Insomma il tarlo che non lo faceva dormire la notte era la paura di non riuscire in niente, di non poter ottenere quel successo e quella fama che tanto bramava e che considerava essenziali nella vita di un ragazzo di 23 anni, in ritardo con gli esami universitari e senza nessuna esperienza lavorativa all’attivo. La sola idea di faticare per vivere lo faceva rabbrividire, il solo pensiero di doversi rassegnare a un lavoro qualsiasi, monotono e grigio, per il resto della sua vita gli faceva venire il vomito, ed era per questo che adesso, più di ogni altra cosa, aveva bisogno di scrivere almeno una pagina del suo maledetto libro, a costo di ricopiare la pagina di qualche altro autore; doveva finire la giornata con almeno mille parole all’attivo. 

Ore 14, ancora nessuna parola compariva sul foglio bianco del suo computer, e quando, guardando fuori dalla finestra, si rese conto che in cielo non c’era una nuvola, decise che nella vita sarebbe stato un fallito, o che comunque anche se fino a domani il foglio fosse rimasto bianco, la sua vita non sarebbe più di tanto cambiata; e quindi via, cuffie occhiali e giacchetta, si diresse verso la porta d’ingresso, allarme inserito, ascensore preso. Dodici secondi era il tempo che ci metteva l’ascensore a passare dall’ottavo piano al piano terra; fino a qualche anno prima ci metteva il triplo del tempo, e comunque, a Riccardo, sembravano sempre 12 secondi troppo lunghi. 

Per uscire dal palazzo era necessario passare attraverso a un portone che si apriva solo con l’impronta digitale di uno dei condomini, sia in entrata che in uscita; inutile dire che Riccardo con la tecnologia non andava per niente d’accordo, e tutti i giorni perdeva del tempo a litigare con lo scanner che insisteva sul fatto che il suo pollice non fosse appoggiato nel modo corretto. Anche quel giorno le cose andarono così. 

Finalmente, dopo aver superato i dodici secondi di ascensore, e dopo aver litigato con il portone d’ingresso, era pronto per andare; ma andare dove? Non aveva più sentito nessuno per tre giorni, per quel che ne sapeva i suoi amici potevano essere tutti via per il weekend; ma in quell’esatto momento, la sagoma di Lapo gli comparve sullo schermo del telefono, alto, leggermente in carne e con una tonnellata di riccioli biondi sparsi in qualche modo sopra la nuca; a prima vista nessuno l’avrebbe mai detto, ma Lapo piaceva, e molto. 

«Allora sei proprio scemo! Mi spieghi cosa hai fatto in questi tre giorni?».

«Scusa, mi ero chiuso in casa per scrivere il libro, non ti ho mai risposto perché sapevo benissimo che se l’avessi fatto sarei uscito di casa».

«Beh, potevi almeno avvisare no? Comunque, hai scritto qualcosa di interessante?».

«Neanche una parola, motivo per cui sono uscito, e vorrei stare fuori di casa per almeno lo stesso tempo in cui sono stato dentro». 

«Vieni da me, troviamo un modo di stimolare la tua creatività, fenomeno!».

«Il tempo di arrivare, conta che sono a piedi. Non ho nessuna voglia di prendere alcun tipo di mezzo di trasporto». 

«Ok ti aspetto». 

La sagoma di Lapo rientrò all’interno del pannello del telefono di Riccardo, e, come per magia, ora aveva una meta; niente di particolarmente eccitante, ma era una meta. 

In dieci minuti a piedi sarebbe arrivato a casa dell’amico; ma, considerato che erano tre giorni che non metteva piede fuori di casa, decise di fare una piccola deviazione e passare a vedere il nuovo parco alle colonne di San Lorenzo. Per controllare se le nuove installazioni, raffiguranti le persone in tempo reale nelle principali piazze del mondo, fossero così pazzesche come tutti i giornali scrivevano. 

Con la musica nell’orecchio cominciò a camminare, e ovviamente il suo cervello ancora sperava di venire colpito da un’idea geniale per il suo libro. Rimase su questo pensiero per quasi tutta la strada, fino a quando al semaforo tra corso Italia e via Santa Sofia, incrociò lo sguardo di una ragazza bellissima, capelli neri e occhi verdi come un gatto. Lei camminava nella direzione opposta alla sua e per un attimo ebbe il desiderio di seguirla, di fermarla e di dirle che la sua bellezza era la cosa più bella che gli fosse capitata probabilmente nell’ultimo mese. Ma, come sempre in questi casi, non fece niente e continuò a camminare, pensando che se fosse stato così fortunato da incontrarla di nuovo l’avrebbe sicuramente fermata. Sapeva benissimo che non sarebbe mai successo. 

Insomma dopo questo fulmineo incontro si dimenticò del suo libro e continuò a camminare ascoltando le canzoni d’amore che puntualmente gli passavano in cuffia. 

Arrivato al parco era troppo preso dal suo cervello – che gli faceva notare come in 23 anni di vita non avesse ancora avuto una relazione vera con una ragazza – per scoprire e farsi incantare dalla bellezza delle nuove installazioni. E quindi, come se niente fosse, passò oltre e arrivò in fretta a casa di Lapo. 

Citofono 127, dentro. 

Una canna e un caffè erano già pronti ad aspettarlo. Lapo lo attendeva in quel suo pigiama strano, seduto comodamente sulla poltrona di pelle davanti al camino spento.