Intervista a Gabriele Micalizzi, fotoreporter

Libya.2011.Ras Lanuf front line. celebration for rebels antiaircraft downed a Mirage from Gheddafy force.

Se pensiamo a tutti gli eventi della storia contemporanea, il primo collegamento è sempre un’immagine, una fotografia, perché in essa è espressa la sua vera potenza: la sintesi.

La cosa stupenda del mio mestiere è che a volte vivi la sensazione di stare in mezzo alla storia, o per meglio dire, a volte ti capita di essere nel posto giusto al momento giusto e ti ritrovi parte di un evento che rimarrà nei libri. Forse noi fotogiornalisti ci illudiamo spesso che le nostre testimonianze possano cambiare il mondo. È difficile vedere il risultato del proprio impegno per situazioni molto grandi e complesse, come ad esempio i conflitti del Medio Oriente. Credo però, che per storie come quella di Rogoredo, a Milano, il mio impegno sul campo, averci lavorato tanto, forse ha alimentato l’attenzione sul problema, contribuendo alla pulizia di quel luogo veramente terribile.

Quando si torna da un viaggio in una zona di guerra, ci vuole sempre qualche giorno per «riallinearsi» alla nostra società. Tutte quelle regole! Viaggiando in metropolitana senti i problemi delle persone e ti sembra che se li creino per lamentarsi. Qualche giorno prima magari, avevi visto migranti imprigionati, oppure famiglie in fuga, o genitori che avevano perso i loro figli solo per la colpa di trovarsi nel posto sbagliato.

Io vengo da una famiglia proletaria, ho sempre voluto viaggiare. Sono cresciuto negli anni ’90 in periferia a Milano; fino ai 17 anni non ero mai stato all’estero e come tanti passavo i pomeriggi nei giardini del quartiere, quando c’era brutto tempo guardavo la tv.

I film di quegli anni hanno profondamente condizionato la mia visone del mondo, da Indiana Jones, a Mad Max, e tutti gli action movies dove anarchia e distruzione erano lo sfondo del disagio di un’esistenza perennemente in lotta.

Al liceo ho scoperto la fotografia, in biblioteca il reportage di guerra… ho sempre sognato di diventare un reporter.  

Ho cominciato con la fotografia di cronaca a Milano, poi sono andato a vivere in Australia, tornato incominciai a trovare la strada per riuscire a diventare un reporter.

Il mio maestro è stato Alex Majoli, uno dei più grandi fotografi esistenti, ho lavorato come suo assistente per anni e ho imparato tantissimo. Ho avuto la fortuna di fare qualche esperienza insieme a lui sul campo, durante le rivoluzioni arabe.

«Ho imparato a guardare, e non a fotografare!».

Sempre in quel periodo ho conosciuto i grandi della «vecchia scuola», Luc Delhaye, James Nachtway… una grande esperienza di vita vederli «muovere» e fotografare, ma anche sentirli raccontare le loro avventure.

Non c’è un messaggio univoco guardando le mie fotografie. Io cerco di essere più diretto possibile, ma ho studiato arte, illustrazione e cinema. Quindi, la conoscenza della costruzione dell’immagine viene abbastanza automatica, il contenuto, a mio avviso, dà forza, ma va aiutato per far arrivare al fruitore finale una chiara comprensione.

Cerco sempre di non giudicare nella mia fotografia, ma di lasciare libero arbitrio.

Quindi non so quanto la mia fotografia arrivi o possa cambiare le cose, ma sono convinto che è importante farlo, anche se arriverà a una sola persona. Noi siamo i testimoni della nostra era e in quanto tali dobbiamo dar voce a questo mondo che urla ma non dice niente!