Come sei diventato direttore della fotografia? Intervista a Luca Bigazzi

Di Stefania Spadoni

Che cosa fa un direttore della fotografia nel cinema? 

«Fa delle scelte. Quale luce mettere e quale togliere. È un lavoro delicato in funzione del racconto, aiuta lo spettatore a comprendere il senso della scena, non lo determina però. La fotografia nel cinema è legata alle inquadrature, al movimento di macchina, è un lavoro di raccordo tra il regista e un gruppo di persone che con la loro individualità si mettono insieme per creare un’opera d’arte collettiva. Questa collaborazione è fondamentale e rende il cinema meraviglioso da vedere e soprattutto da fare. Di notte sogno tutte le inquadrature che non sono riuscito a fare, tutte le luci che non ho messo bene». 

Come hai iniziato a fare questo mestiere?  

«È una storia anomala, ma positiva per i giovani che vedono questo lavoro come il traguardo da raggiungere dopo molti anni di studio e periodi di apprendistato lunghissimi, ma nel mio caso non è andata così. Ero impegnato in politica, per cui ho studiato molto poco cinema (ma ci andavo ossessivamente e facevo anche fotografia) e condividevo questa passione con un mio compagno di classe, tal Silvio Soldini… Silvio andò a New York a fare un’importante scuola di cinema e quando tornò a Milano, mi chiese di fare un film insieme. Così con una piccola banda di scriteriati amici abbiamo prodotto un film in 16mm in bianco e nero: il senso profondo di questo inizio di carriera è che non ero da solo. Ho iniziato a Milano, ma il cinema è a Roma e lì ho incontrato molta diffidenza e sono stato ostilmente accolto». 

Fonte immagine: https://cinema.fondazionemilano.eu

Hai fatto una piccola rivoluzione…

«Ero molto giovane, 23 anni, e questo era inusuale. Diciamo che ho provato a spezzare quella convenzione cinematografica romana che aveva afflitto il cinema italiano. La tradizione nel cinema è qualcosa di estremamente pericoloso, perché si confronta con un’innovazione tecnica continua». 

Sei più innamorato della luce o dell’inquadratura?

«Io mi sono innamorato del cinema mentre facevo politica, pensando che il cinema, soprattutto il documentario, potesse raccontare la realtà dei nostri tempi in maniera molto efficace e profonda. Per me fare cinema è stato un tentativo di proseguire a fare politica con altri mezzi. Comunque, per tornare alla domanda, per me conta di più l’inquadratura perché suggerisce allo spettatore dove guardare». 

Credi ancora nella politica oggi?

«No, oggi non si può più fare. La politica si è spostata. Voi siete un esempio: recupero dell’impegno sociale. Io sono sempre stato di ultra sinistra, ma quelle idee vanno aggiornate oggi. Noi speravamo in un mondo migliore, non ci siamo riusciti e anzi abbiamo fatto molti danni».

La velocità è una tua ossessione lavorativa. Oggi ci viene chiesto di rallentare, fermarci. Che cosa ne pensi?

«Non voglio sottrarre tempo al racconto solo per fare delle belle immagini, non me lo posso permettere. Essere veloci è un atto di generosità. Il tempo è molto prezioso, specialmente nel cinema che è molto costoso. Nella vita privata è tutto un altro discorso».

Un progetto nel cassetto?

«Mi piacerebbe fare dei documentari che aiutino la società ad essere migliore, che raccontino di solidarietà e di speranza». 

Fonte dell’immagine: https://www.ied.it

Il tuo inciampo lavorativo trasformato in reazione?

«Il mio inciampo è continuo, perché la mia impreparazione è continua. Non mi va di preparare le scene in anticipo, preferisco lasciarmi influenzare dalle atmosfere e sensazioni del momento. Improvviso, faccio illuminazioni semplici. Sono pronto all’errore. Il nostro lavoro va fatto con istinto e velocità, la rigidità è un ostacolo». 

Pellicola o digitale?

«Io non tornerei mai indietro, il digitale ha una qualità maggiore, è più versatile, luminoso, elastico ed è un mezzo più democratico, perché meno costoso e più abbordabile. Oggi si possono fare i film coi telefonini, quindi esploriamo nuove strade».

C’è un motivo per cui esistono pochissime direttrici della fotografia donne? E invece esistono molte montatrici? Fare cinema è ancora un lavoro maschile?

«Il maschilismo impera nel mondo, non solo nel cinema, ma io credo che la sensibilità femminile sia molto più adatta alla lettura della luce e delle sfumature di cui un film è intriso». 

Pensi che la sala cinematografica sia una moderna forma di resistenza culturale, o ritieni che i cinema scompariranno?

«Io credo in operazioni come quella milanese del Cinemino, perché è una forma di socializzazione. Il cinema va vissuto in maniera diversa perché il cinema è un luogo di aggregazione, non di isolamento. Mi piacciono i cinema in India, vivaci, partecipativi, la sala urla e protesta contro l’attore antipatico, applaude per le scene felici. Il pubblico ha il diritto e il dovere di reagire, credo nell’empatia. Questo è il senso profondo del cinema».