Intervista impossibile a Giulio Natta

Giulio Natta interpretato da Marinella Levi

Di Arianna Zanoni

Sono in laboratorio al Politecnico tra gli odori dei reagenti e i vecchi finestroni da cui si riesce a vedere tutta Milano. Quando il cielo è particolarmente terso, come oggi, si vedono anche le montagne coperte di neve. Faccio una pausa e scendo alla macchinetta del caffè a piano terra, di fianco all’aula a lui dedicata, ed è proprio qua che incontro l’unico italiano vincitore di un Nobel per la chimica, Giulio Natta. 

In alto il logo della rubrica disegnato da Emanuele Lamedica

La tua scoperta ha rivoluzionato l’uso della plastica nel quotidiano, ma ciò ha portato come conseguenza che parte dell’inquinamento sia dovuto a questo materiale. La plastica oggi viene demonizzata, che cosa ne pensi in proposito?

«Indubbiamente di questi tempi la plastica viene presa come capro espiatorio di tutti i mali del pianeta. A questo rispondo in modo molto ingegneristico: di tutto il petrolio consumato sul pianeta, solo il 4% viene trasformato in plastica, il rimanente 96% per metà viene consumato per riscaldamento/raffreddamento e per l’altra metà in trasporti. Di conseguenza capirete anche voi che la colpa dell’inquinamento, buco nell’ozono e cambiamenti climatici non è solo della plastica, ma, per la maggior parte, è dato da altri fattori. La plastica però finisce in mare, va sulle spiagge e nello stomaco dei pesci, ed è ben visibile da tutti. Mentre le tonnellate e tonnellate di COche finiscono nell’atmosfera per riscaldare le nostre case e per andare in giro in macchina, sono molto meno visibili: la COè trasparente. La plastica inoltre non ha né i piedi, né le ali né le branchie e se finisce in mare è perché qualcuno ce la butta. Questo qualcuno si chiama uomo, e di questo dobbiamo essere più consapevoli. La plastica, come ogni materiale, non è né buona né cattiva e con essa si possono fare delle cose meravigliose».

Che cos’è la plastica, ci sono degli utilizzi inaspettati? In particolare a cosa serve il polipropilene? Che cosa ha rivoluzionato questo materiale?

«Il polipropilene, o meglio il polipropilene isotattico, che ho inventato in quella mattina di marzo del ’54, ha delle caratteristiche molto importanti: fonde ad alte temperature e ha una grande resistenza chimica. Questo ha fatto sì che entrasse nella vita di tutti i giorni, ad esempio, in cucina sostituendo materiali molto più pesanti e costosi come ceramiche e metalli. Mestoli, contenitori, scolapasta leggeri e resistenti che venivano magnificati nelle pubblicità degli anni 60 e che tuttora si usano. La creatività di migliaia di designer che in quei tempi contribuivano alla nascita del Made in Italy insieme alle caratteristiche del materiale, ne fecero la fortuna. Oggi il PP è nei paraurti delle macchine, nel medicale, nel tessile dei tessuti tecnici per creare indumenti leggeri e resistenti, in molte applicazioni di cui non ci si rende conto». 

Quali ritieni siano state le tue più grandi intuizioni? Quali dovrebbero essere le qualità di un ingegnere?

«Le mie più grandi intuizioni sono state essenzialmente tre: la prima, di circondarmi di persone di grande valore e preparazione; la seconda, un po’ meno importante, è stata capire la necessità di avere una buona strumentazione di caratterizzazione: ho attrezzato il nostro laboratorio con la strumentazione più evoluta al mondo; la terza è stata avere collegato la ricerca scientifica all’industria, trovando da subito un’applicazione pratica a ciò che veniva studiato in laboratorio. Direi che le qualità di un ingegnere risiedono proprio in queste tre».

Giulio Natta interpretato da Max Ramezzana.

Durante la guerra fredda, nonostante tu intrattenessi molti rapporti con gli USA, sei stato invitato a parlare in Russia varcando la «cortina di ferro». Cosa pensi di questa capacità della scienza di abbattere le barriere?

«La scienza che abbatte le barriere è forse una delle chiavi di lettura più alte anche in questo momento così difficile. La scienza non ha nazione, né colore politico o sociale, ha solo l’etica che la deve guidare. In questo senso, è stata per noi un’opportunità straordinaria poter varcare la cortina di ferro trainati solo dalla voglia di condividere il nostro sapere».

Che cosa significa per te essere un insegnante?

«Insegnare, per un ingegnere che ha scelto di praticare la sua professione all’università, è il fondamento. Nell’insegnamento si studia per insegnare. Perché insegnando si impara».

Quando hai inviato il primo campione di polipropilene isotattico al tuo collaboratore Ziegler, questi ti ha risposto che era un «polistirene venuto male». Poi hai vinto il Nobel grazie a questo materiale. Molte invenzioni, soprattutto quelle più rivoluzionarie, vengono inizialmente derise e non riconosciute…

«Ziegler per me è un validissimo collega, di solito io facevo i polimeri e lui li caratterizzava. Mi disse subito, in maniera un po’ austro-ungarica “qvesto è polietilene venuto male, no buono”. All’inizio non la presi bene, ma poi da lì mi è venuta la seconda intuizione di cui parlavo sopra: sono necessari dei buoni strumenti a disposizione. Dopo aver attrezzato il laboratorio, ho visto da solo che il materiale ottenuto era esattamente quello che stavo cercando e che ho fatto bene a non mollare. Il Nobel l’ho preso assieme a Ziegler, per fare il polipropilene isotattico ho utilizzato il catalizzatore che lui aveva messo a punto ed è stata una grande collaborazione. L’Accademia di Svezia l’ha riconosciuto e ci ha assegnato il Nobel». 

La passione per la scienza ha fatto sì che tu continuassi con la ricerca nonostante gli impedimenti causati dal Parkinson, malattia di cui hai sofferto per molti anni, fino ad andare a ritirare personalmente il Nobel quando già il tuo fisico era molto compromesso. 

«La malattia e la disabilità sono elementi che hanno molto segnato l’ultima parte della mia vita, ma le passioni si amplificano quando la vita cerca di sottrartele. Non ho quindi mai smesso di fare ricerca e di credere che sarei riuscito ad arrivare fino all’accademia di Svezia a ritirare il Nobel, con mio figlio che mi teneva il braccio, il mio collaboratore Ferdinando Danusso che ha tenuto la lecture del Nobel al mio posto, e con il re, che per la prima volta scese le scale per darmi la medaglia. Questa è stata la forza della mia disabilità. Durante la cerimonia mi hanno detto che mi davano il Nobel per “aver inventato un materiale che la natura si era dimenticata di progettare”, una delle frasi più rappresentative della mia scoperta».