«I medici hanno bisogno di essere capiti» Intervista a Roberto Cairoli ematologo del Niguarda di Milano

Roberto Cairoli

I ragazzi del Bullone per le esperienze che hanno vissuto sono sempre stati vicini ai loro angeli custodi: i medici e gli infermieri che li hanno curati. Ora il mondo sta riscoprendo questi professionisti del bene che stanno combattendo contro l’invisibile virus

Cornice di Carol Rollo

Di Marta Viola

Il Dott. Cairoli, medico specialista in Ematologia Generale e in Chemioterapia, è Direttore della Struttura Complessa di Ematologia presso l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Milano Niguarda Ca’ Granda. 

Lo abbiamo intervistato in una diretta online, per capire meglio i nuovi rischi per i pazienti più fragili in questo momento.

«Sono cambiate tante cose, la nostra vita si è complicata. Per esempio, ora dobbiamo impedire l’accesso ai parenti in reparto. Chiediamo una rinuncia molto forte ai nostri pazienti, ma temiamo che si propaghi il contagio dall’esterno all’interno. Una situazione del genere potrebbe portare a delle circostanze molto gravi, data la scarsa attitudine a difendersi dai virus dei pazienti immunodepressi». 

Ci ha spiegato che stanno cercando di effettuare solo le terapie non differibili, per evitare il più possibile complicazioni.

Riguardo la procedura del trapianto specifica: «Su 100 pazienti che fanno un trapianto allogenico, il 10% circa potrebbe finire in terapia intensiva. Su 100 pazienti che fanno un trapianto autologo, 1 potrebbe finire in terapia intensiva. Su 100 pazienti che fanno le Car.T, 2 o 3 potrebbero finire in terapia intensiva. Se non ci sono posti in terapia intensiva si cerca di posticipare il trapianto allogenico appena possibile».

In questa immagine medici e infermieri dell’ospedale Humanitas mentre cominciano la loro giornata di lavoro. Visiera, mascherine, casco, tute e occhiali prima di entrare in contatto con i malati. Il fotografo Maki Galimberti li ha ripresi nel reparto covid dell’ospedale milanese.
(Foto: Maki Galimberti)

La situazione attuale comporta inoltre un aumento delle procedure di sicurezza, come i percorsi alternativi e i tamponi prima del ricovero, che hanno anche un peso umano molto importante. 

Il personale ha il compito di curare, ma è anche un potenziale pericolo.

«Si può essere contagiosi qualche giorno prima dell’insorgenza dei sintomi, oppure lo si è con sintomatologia minima. Se una persona del genere fa il giro nel reparto di ematologia può infettare il paziente ematologico. Quest’ultimo ha un doppio svantaggio: il primo è che ha la naturale tendenza a difendersi di meno; il secondo è che in una situazione in cui non ci sono abbastanza ventilatori, devi scegliere a chi darlo. In alcuni casi non si è trovata la destinazione per curare chi necessitava di terapia intensiva, questo è uno scenario molto doloroso».

Perché si muore ancora così tanto? «Il virus attacca le vie respiratorie basse, non si ferma nel naso e nella faringe. Gli piace annidarsi nelle parti terminali dell’albero respiratorio dove c’è lo scambio tra l’aria e il sangue. È difficile invertire il processo una volta arrivati a questo punto. Se il polmone perde la sua elasticità, ha bisogno di ventilazione».

Tra le varie domande e curiosità poste dai partecipanti alla diretta, il dottor Cairoli ci comunica che un paziente ematologico riceve le stesse terapie di un paziente normale, tenendo sempre conto della condizione specifica.

Ragioniamo insieme sul numero molto alto di contagi tra medici, infermieri e farmacisti e sul perché non sono stati fatti tamponi a tutti gli operatori sanitari del territorio, Cairoli osserva che «l’esame del virus è parecchio impreciso, ha un 20% di falso negativo, quindi se sei negativo potresti essere in realtà positivo nel 20% dei casi. Il tampone va per questo ripetuto due volte. La clinica e il buonsenso contano molto. La diminuzione del numero dei posti in terapia intensiva è un indicatore del miglioramento della situazione. Ogni essere umano è suscettibile a questo virus. Idealmente dovremmo avere una popolazione di immuni che non permette più la diffusione del virus. Il personale sanitario va protetto e tutelato come i pazienti».

Ci rassicura sul fatto che la ricerca in campo ematologico sta continuando nonostante la grande attenzione al nuovo virus. E sulle prospettive future, ci risponde che «nel reparto di ematologia tutti hanno la cultura dell’attenzione, dal personale medico e infermieristico ai pazienti, questi ultimi bravissimi ad attuare tutte le protezioni necessarie anche fuori. D’ora in poi i contatti saranno mediati dalla tecnologia, ma continueranno ad esserci».

Ci saluta sottolineando che noi, fuori, possiamo fare una cosa molto importante per chi affronta tutti i giorni questa situazione in presa diretta: «Abbiamo bisogno di essere capiti».