La società che verrà – Il fascino dello sconosciuto tramutato in timore. Intervista a Franco Arminio

Franco Armino

Le riflessioni dei cronisti del Bullone su questi giorni di dolore e sull’incognita del dopo Coronavirus. Che cosa ci lascerà? Non sarà più come prima. Cambieranno le relazioni e la convivenza. Nasceranno modi diversi per instaurare rapporti umani

Di Fiamma Colette Invernizzi

Franco Arminio mi risponde con il vento che si infila tra le parole, affacciato sul bosco che disegna i margini di un paese dimenticato in cui la quarantena è arrivata molti anni fa. Bisaccia, Irpinia. Paesaggi, corpo, parole. Domande, pensieri. Incontro. Presenza.

Come si fa a generare contatto, in un momento in cui siamo confinati, soli, all’interno delle nostre case?

«La fiamma dei vivi è la vicinanza, ho scritto tempo fa in un verso. Noi esseri umani prendiamo luce dalla luce che viene dall’altro, non solo da noi stessi. E questa situazione riduce tutte le possibilità di vicinanza che abbiamo. La stretta di mano, la carezza. La pelle scompare, invece di essere il nostro più caro farmaco vitale. Non è mai accaduto, prima d’ora, che il genere umano venisse confinato in un carcere domestico in cui non esiste nemmeno l’ora d’aria per abbracciare un compagno, un amico.  L’impossibilità della vicinanza è una questione severa, anche perché non sappiamo quanto durerà questo isolamento forzato. È dura, non raccontiamoci bugie».

La sento molto, qui a Milano, la tensione delle persone che si chiedono come sarà tornare alla velocità, alla corsa, agli spazi affollati, ai mezzi pubblici…

«Nei paesi più piccoli sarà più facile tornare a riconoscersi, guardarsi negli occhi. In un’area come la vostra, per cui ovunque ti sposti avrai contatti con altri esseri umani, la cosa che verrà a mancare sarà il fascino dello sconosciuto, tramutato in timore. Mettiamo caso che in treno ti affascina lo sguardo di un uomo e vuoi scambiarci due chiacchiere, che fai? La mascherina non è il preservativo del respiro. Se io volessi baciare una donna, così, all’improvviso, a priori non lo potrei più fare. È una cosa strana, impensabile». 

Franco Arminio

Meglio la campagna, alla città?

«Sicuramente. Aria più rarefatta, spazi decongestionati. Possibilità di camminare tra le case, riconoscerne i muri. Stare zitti a guardare il cielo, senza necessità di parlare. Assaporare la primavera e l’arrivo di maggio, in cui ogni assenza ha il conforto di un nuovo filo d’erba. Capire che siamo immersi nell’universo e che non potremmo vivere senza le piante, mentre le piante resterebbero in vita anche senza di noi. Pensare. Comprendere che, dovendo scegliere tra noi e il mondo, oggi è il momento di scegliere il mondo. E solo questa scelta può salvare anche noi stessi». 

Che desiderio hai, da esprimere in questa pandemia?

«Che ne esploda una rivoluzione, diretta dai giovani, composta di giovani. Ce ne sono diversi che mi lasciano ben sperare. D’altronde se chiami uno scrittore per parlare di rivoluzione, allora stai già seguendo una certa traiettoria. Il problema sta nel capire come dare una spallata definitiva ai sistemi governativi che gestiscono il mondo ancora con logiche novecentesche di irrefrenabile crescita. È una battaglia che si svolgerà nei prossimi due anni, alla conquista di realtà lavorative più umane, di tempi più naturali. Le nuove generazioni devono imparare ad organizzarsi tra loro, senza disperdersi. Paradossalmente il virus tiene in ostaggio domestico interi Paesi, senza aver sparato un solo proiettile. L’impossibilità di vicinanza rende impossibile l’organizzazione di proteste, di scendere in piazza a manifestare, mostrando la debolezza della rete online, così effimera e dispersiva. Tu, che hai 28 anni, così come i ragazzi tuoi coetanei, siete il cuore della protesta, che non può essere lasciata in mano a noi sessantenni».

Però voi potete insegnare tanto…

«Sì. Il problema è che oggi tutti parlano. Senza distinzione. E il mio parlare – come quello di molti altri scrittori ed intellettuali – si mescola con le voci di migliaia di altri. Ci servirebbero dei duplicatori, dei megafoni. Un supporto mediatico eccellente. E invece la rete assorbe e disperde. Tu scrivi sul tuo profilo, prendi dei mi piace e poi scompari. È tutto così, tutto composto di cose che dopo un’ora sono già passate».

È il momento di fermarsi ad ascoltare o di agire?

«Agire. La battaglia culturale è già cominciata. Non si deve più aspettare». 

Allora vado a combattere. Grazie.