Intervista Impossibile a Guido Venosta fondatore di AIRC

Ritratto in evidenza realizzato da Max Ramezzana

Guido Venosta interpretato da Giuseppe Caprotti

Di Debora Marchesi

Quest’anno AIRC, Associazione Italiana di Ricerca contro il Cancro, compie 55 anni di attività. Guido Venosta ne diventa presidente nel 1976, negli anni gli verrà riconosciuta la medaglia al merito della sanità pubblica; una traversa di viale Sarca a Milano e un premio biennale nell’ambito della ricerca oncologica, portano il suo nome.

Per me è un vero onore, oggi, poterlo intervistare e farmi raccontare la strada che l’ha portato a diventare un grande pioniere del no-profit.

Dal punto di vista accademico, lei è stato allievo di uno dei più grandi economisti del mondo; ha conseguito la laurea in economia e successivamente in giurisprudenza.  Qual è stata la strada che l’ha portata a diventare il presidente dell’Associazione Italiana di Ricerca contro il Cancro?

«Erano gli anni sessanta e lavoravo per la Pirelli. Fu proprio uno degli amministratori delegati, un giorno, a dirmi che avevano preso contatto con lui, dei grossi esponenti dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, perché desideravano ottenere l’appoggio di una grande società per la costruzione di “un’associazione per la ricerca sul cancro”. Affiancai così il mio lavoro in Pirelli, al lavoro in un piccolo ufficio in via Durini, a Milano. Operativamente parlando, all’epoca eravamo in tre e io mi occupavo della definizione delle prime strategie e iniziative di comunicazione. Nel 1967 diventai vicepresidente e nel 1976, ottenni la carica di presidente».

Negli anni 60 il cancro era un argomento difficile, e pensare addirittura di fare ricerca in questo ambito era una sfida. Qual è la ragione che l’ha spinta ad abbracciare una causa così importante?

«Il mio caro padre, Giorgio, che adoravo, è morto di cancro senza che potessi farci nulla. Per tale motivo ho sentito il dovere e la necessità di abbracciare questa causa. Inoltre ho sempre pensato che le classi e le categorie sociali che, per ragioni di nascita o per combinazioni della sorte, avevano potuto godere delle migliori condizioni di vita, dovessero “rendere qualcosa” agli altri, avessero cioè il dovere morale di intervenire nella comunità a vantaggio di chi non aveva avuto quella fortuna. Una sorta di riconoscimento oggettivo del proprio stato privilegiato e di conseguente contributo a un ideale riequilibrio delle condizioni di vita di tutti».

Si può dire che lei abbia avuto una visione pazzesca e il coraggio di provare davvero a migliorare le cose…

«Sono sempre stato un uomo molto pragmatico. Ho semplicemente pensato a che cosa avrei potuto fare, di concreto, per rendere il cancro una malattia più guaribile. E sicuramente il primo passo è stato sostenere la ricerca scientifica in ambito oncologico, l’unico vero motore per poter garantire il benessere della popolazione».

Guido Venosta interpretato da Max Ramezzana

AIRC tra le tante iniziative per sostenere la ricerca scientifica, nel 1996 ha creato un premio biennale che porta proprio il suo nome. In che cosa consiste?

«Il premio nasce a sostegno dei giovani ricercatori italiani che si sono particolarmente distinti nell’ambito della ricerca e dello sviluppo di nuovi approcci terapeutici alle neoplasie.

I ricercatori che vincono ricevono insieme un assegno dal valore di 50.000 euro. L’obiettivo di quest’iniziativa è valorizzare il lavoro dei giovani ricercatori e richiamare all’attenzione pubblica il progresso costante e attivo fatto, segnalando il merito di chi fa della ricerca uno strumento del continuo passaggio dei risultati di laboratorio alla concreta cura del malato di cancro. Nel 2018 il premio è stato conferito a un medico che ha contribuito in modo molto significativo allo sviluppo di nuovi approcci farmacologici e terapeutici alle neoplasie, con significativo e riconoscibile impatto clinico».

Che tipo di rapporto ha instaurato, nel tempo, con i soci fondatori di AIRC? 

«Nel tempo si è creato sicuramente un bel rapporto di amicizia, soprattutto con Aldo Borletti e Camilla Falck, anima generosissima e sempre disponibile ad impegnarsi per il bene comune. Purtroppo Borletti morì improvvisamente qualche settimana dopo che cominciai a lavorare per AIRC, lasciando un gran vuoto come uomo e come sostenitore dell’idea».

Diamoci un tempo… quando non si morirà più di cancro?

«È difficile rispondere a questa domanda, se potessimo avere la sfera di cristallo sarebbe sicuramente più semplice. Un concetto fondamentale su cui in questi anni si è puntato molto è la prevenzione; ormai tutti sappiamo quanto sia importante adottare stili di vita salutari per ridurre il rischio di sviluppare questa patologia. Sicuramente i dati statistici ci dicono che dagli anni 60 ad oggi c’è stato un calo notevole della mortalità e sono complessivamente migliorate le percentuali di guarigione: il 63% delle donne e il 54% degli uomini è vivo a cinque anni dalla diagnosi. Tutto questo grazie alle scoperte scientifiche e al progresso della medicina».

Quali saranno i prossimi traguardi?

«La strada che stiamo imboccando con la rivoluzione genomica è quella giusta e già si intravedono i primi traguardi. In pochi anni conosceremo non solo i geni che, se alterati, causano le forme ereditarie di tumore, ma anche quelli che predispongono in qualche modo alla malattia. Nei prossimi anni sono attese anche scoperte sui marcatori delle staminali, che consentiranno ai clinici di capire se un farmaco diretto contro di esse è davvero efficace, anche se non riduce, apparentemente, la massa tumorale. Infine la ricerca si è orientata allo studio dei meccanismi di motilità delle staminali, che sono all’origine delle metastasi. Da questi studi potrebbero scaturire farmaci essenziali per bloccare la diffusione della malattia nell’organismo. Questi sono solo alcuni dei nostri traguardi futuri. Noi continueremo a lavorare sodo e incessantemente per rendere il cancro sempre più curabile».