Abitare la città – Intervista a Stefano Boeri, palazzi, alberi ed energia pulita

Stefano Boeri

Le riflessioni dei cronisti del Bullone su questi giorni di dolore e sull’incognita del dopo Coronavirus. Che cosa ci lascerà? Anche il modo di vivere la città cambierà. Meno smog, più spazi aperti, verde e case basse. Prepariamoci alla sfida

Cornice di Carol Rollo

Di Fiamma Colette Invernizzi

Stefano Boeri trova rifugio in un piccolo spazio ritagliato tra il balcone e il tetto, da cui osserva le piante prendere possesso di terrazzi e logge, mai così verdi, prima. Milano è silenziosa da settimane, lui in prima linea da sempre.

Che cosa vedi in questa pandemia?

«La necessità di un cambio di prospettiva. Il bisogno di guardare anche fuori. Città, metropoli e megalopoli sono state il punto di riferimento fondamentale su cui si è scritto, discusso e studiato in tutte le parti del mondo, in questi ultimi due decenni. Oggi si deve cominciare anche a guardare in direzione opposta, verso il luogo in cui una parte delle grandi trasformazioni avverranno nei prossimi anni. Sai, se potessimo mettere tutte le città del mondo in una stessa area concentrata, esse occuperebbero il 3% della superficie totale delle terre emerse del pianeta. Il 3%. Con questa pandemia ci stiamo accorgendo che d’ora in poi l’attenzione andrà riposta anche sul restante 97%».

Vuol dire anche guardare in direzione dei piccoli borghi disseminati lungo la nostra penisola? 

«Certo. Significa prendersi cura sia delle superfici boschive e forestali che coprono il 35% del territorio nazionale, che dei 5800 centri urbani sotto i cinquemila abitanti, di cui 2300 oggi in stato di totale abbandono. È un’opportunità per proporre grandi progetti nazionali di collaborazione tra le aree metropolitane e i borghi disseminati lungo la dorsale appenninica, in cui è possibile ritrovare una dimensione meno urbana e più umana, e dove il distanziamento sociale sarebbe di fatto naturale».

Stefano Boeri è nato a Milano nel 1956. Nel 1980 si laurea in Architettura al Politecnico di Milano e nel 1989 consegue il dottorato di ricerca in Pianificazione Territoriale a Venezia. Professore Ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano, insegna come guest professor in diversi atenei internazionali. Dal 2018 è Presidente della Fondazione La Triennale di Milano.

Di che cosa avremo bisogno, usciti da questo periodo di isolamento?

«Di ascoltare il tempo, per ridare una dimensione all’essere umano. Questo incredibile contagio in un’epoca di globalizzazione, ha accentuato la costruzione di un pianeta diviso per placche temporali, come se il Covid-19 ci avesse spinto a vivere in universi paralleli, tra Cina, Europa e Stati Uniti. E poi di corpo, perché siamo stufi marci di un’esistenza scandita da Whatsapp, Instagram e Facebook, Youtube e Twitter e dalle telefonate e dalle call e da Zoom e da Skype. Ci mancano gli abbracci e le emozioni dei piccoli gesti. Ma soprattutto c’è urgenza di città rinnovate nel profondo. Dobbiamo chiedere a chi fa politica di mettere in campo delle scelte immediate: prima tra tutte che in massimo tre anni finisca l’era delle macchine che si alimentano con combustibili fossili. La seconda è che ogni casa, edificio, zona e isolato, diventi fonte di produzione di energia pulita. Produzione e conservazione, in modo tale che vi sia la possibilità di costruire un sistema di imprese che lavorano a livello locale. E infine, abbiamo bisogno di verde. La deprivazione di superfici boschive e forestali porta a una perdita di equilibrio, fondamentale a tutte le specie, compresa la nostra. Dobbiamo tornare a forestare e ad avere una maggior presenza di verde nelle città e sull’intero territorio nazionale, ipotizzando la messa a dimora di 40 milioni di alberi nei prossimi 4/5 anni». 

Cosa ti resta, sempre, delle piante e degli alberi?

«La necessità. Te lo spiego leggendoti le ultime righe del Barone Rampante, una delle mie ossessioni fertili, sia letterarie che architettoniche. “Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii. Minuto senza fine. Il cielo solo a sprazzi regolari e ritagli. Forse c’era solo perché ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo. Era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo di inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi e di sgorbi nervosi, di macchie e di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari e a momenti s’infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole e poi si intoppa e poi ripiglia ad attorcigliarsi e corre, e corre e si dipana e avvolge l’ultimo grappolo insensato di parole, di idee, sogni, ed è finito”».