Milano 2030 – Una città giovane e donna

Cornice di Paola Parra

Di Gabriella Scarlatti

«Sto guardano il mio film, bello brutto intenso drammatico divertente e – ZUC! – si interrompe improvvisamente con una fastidiosa e interminabile pubblicità. Mi allontano, sistemo due cose, prendo una bibita, rispondo a due Wuoz, e non vedo l’ora che riinizi per poterlo vivere appieno. Ecco, finalmente riparte, mah! che strano, non capisco, mancano degli attori, com’è possibile? Non è che mi sono addormentata? Ho cambiato canale? È anche cambiato il finale!!» A differenza di una pubblicità che al massimo può essere solo fastidiosa, il maledetto nuovo virus, che ci ha invasi ha proprio interrotto le nostre abitudini, e ci ha tenuti e ci sta ancora tenendo sospesi. In molti casi ha cambiato radicalmente le nostre vite, ci ha rubato degli affetti, dandoci una nuova prospettiva e cambiando le nostre priorità.

Quando i ragazzi de Il Bullone mi hanno invitato a parlare della «mia Milano 2030», era appena finita la pubblicità del film della nostra vita. Come non tener conto della tormenta che stiamo passando nel ripensare la Milano? Il mio pensiero è impregnato di questo periodo d’isolamento da persone e cose, e per me è difficile prescindere da questo vissuto recente nel pensare a un re-start. Anche la Milano che sta ripartendo ne deve tener conto, non solo per le precauzioni da rispettare per non rivivere quel brutto dramma, ma più che altro per non sprecare un’occasione di rinnovamento per trovare un nuovo equilibrio. In questi mesi d’isolamento tutti noi abbiamo riscoperto almeno una cosa bella e una spiacevole della città. Non dimentichiamole e lottiamo per tenerci le belle e migliorare le spiacevoli. Farò la mia parte per mantenere quel silenzio della città che banalmente mi ha permesso di tenere le finestre aperte mentre ero chiusa in casa, e che mi ha aiutato a riscoprire i suoni della natura e a sentire i rumori della vita.

Adesso ci terrei molto che prendesse la parola «La Milano Giovane-Donna». GIOVANE, perché i giovani hanno quella marcia che fa la differenza e portano innovazione con naturalezza e spontaneità. Com’era vuota la città senza di loro! DONNA, perché (stereotipando, lo so, non me ne vogliate) la donna ha quella capacità di pensare e agire a tutto tondo, a 360 gradi. La Milano Giovane-Donna me la immagino accessibile, accogliente, alternativa, aperta, briosa, collaborativa, curiosa, fiera, inclusiva, partecipativa, pulita, rispettosa, sfiziosa, sincera, spaziosa, verde (rigorosamente in ordine alfabetico perché tutte qualità equamente rilevanti).

Ho vissuto molto Milano, però l’ho anche lasciata molte volte: per periodi più lunghi, volente o nolente, per ragioni diverse, famiglia, studio, lavoro, da piccola, da giovane, da grande e spero di poterla lasciare anche da anziana. È stato un grande privilegio che mi ha dato l’opportunità di conoscere altre città, tanta gente e diversi stili di vita. A ogni mio rientro a Milano ho potuto riconoscere i suoi pregi e i cambiamenti avvenuti, apprezzarne le differenze e notare cosa mi mancava. Non amo fare confronti e preferisco prendere e adottare i lati positivi di ogni posto, quei vissuti che non vorrei tenere come ricordi, ma portarmeli appresso. Perciò per Milano 2030 vorrei portare in regalo il verde di Monaco, il rispetto (della persona) di Stoccolma, la combattività di Parigi, l’inclusione e flessibilità di New York city.

Monaco e Stoccolma hanno dei bellissimi boschi e parchi che arrivano in città, che le persone tutte, da grandi a piccini, vivono appieno in serenità con picnic, giochi, musica, e sport. Dalla mia permanenza svedese ho imparato che ogni persona ha un suo valore intrinseco, innato o acquisito, che va rispettato, e da qualsiasi persona c’è sempre da imparare. Le gerarchie sul lavoro esistono, come deve essere, ma non potrò mai dimenticare quando, da neo-dottoranda, sono stata interpellata dal direttore dell’istituto: «tu cosa ne pensi?». Voleva proprio sapere la MIA opinione!

L’interesse per la collettività e la lotta per proteggere la comunità l’ho vissuta a Parigi: gli scioperi più infinti li sanno fare solo loro! Non vedo l’ora che la gente di Milano possa riprendere a solcare le strade come ha finalmente fatto l’anno scorso, e io poter rivivere lo spirito di NYc dove non passava settimana che non ci fosse una manifestazione (senza sindacati) per lottare per i diritti e la libertà di tutti, colore e non colore, genere o non genere, globalizzazione o natura. La partecipazione e l’impegno nella preparazione di cartelloni, piuttosto che di un capo di abbigliamento particolare (ricordate la marcia in rosa?) partiva da casa e coinvolgeva amici, parenti e bambini. E ultimo, ancora NYc mi ha insegnato che il (mio) lavoro può essere fatto benissimo da qualsiasi posto, un bar, casa, un parco, basta essere sul pezzo e avere una connessione. Ri-inventiamoci!

Per concludere vorrei prendere spunto da due libri del mio scrittore preferito, nonché Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Mi permetto di interpretarli a modo mio per quest’occasione: in una città, in un tempo non precisato, occorre un’epidemia e tutti, eccetto una donna, sono ciechi che pur vedendo non vedono. E dopo mille traversie e lotte di potere e sopraffazione tornano alla luce, «Mi sembra addirittura di vedere ancora meglio di prima, e non è mica poco, non ho mai portato gli occhiali», (cit. da Cecità). Qualche tempo dopo gli abitanti della stessa città votano massicciamente scheda bianca, il governo incredulo non riesce a piegare la resistenza civile della popolazione, la abbandona a se stessa decretando: «voglio credere che la vostra follia sarà transitoria, che non perdurerà, voglio pensare che domani… tornerete a riconciliarvi con la comunità nazionale. Ora siete una città senza legge… le strade saranno vostre, vi appartengono, …badate bene… nessuna autorità verrà a proteggervi da ladri, stupratori, assassini, sarà questa la vostra libertà, godetevela», (cit. da Saggio sulla lucidità). Il caos imperversa per tre giorni e «…a mezzogiorno spaccato, da tutte le case della città uscirono donne armate di scope, secchi e pale, e senza una parola, cominciarono a ripulire davanti alla casa in cui vivevano, …fino al centro della strada, dove s’incontravano con altre donne che, dall’altro lato, erano scese pure … Lo avevano fatto anche nel passato, nei paesi, le loro mamme e nonne, e quelle non lo facevano come non fanno queste per scaricarsi di una responsabilità, ma per assumerla. Probabilmente è per la stessa ragione che scesero in strada gli operatori della nettezza urbana. Non indossavano uniforme, ma abiti civili», (cit. da Saggio sulla lucidità). José Saramago dice dei suoi romanzi: «organizzo una situazione impossibile e ho bisogno che il lettore accetti la mia proposta. Se lo fa, vi posso assicurare che tutto diventa implacabilmente logico». Lo seguiamo?