LA STORIA DI LAURA DI FRANCO

Cornice di Paola Parra

Di Laura Di Franco

«A chi trova se stesso nel proprio coraggio, a chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio, a chi lotta da sempre e sopporta il dolore, qui nessuno è diverso, nessuno è migliore. A chi ha perso tutto e riparte da zero perché niente finisce quando vivi davvero».
Inizio citando una canzone che mi ha accompagnato nei momenti più bui della mia vita verso una nuova luce.

Ma ora basta cantare, vi racconto la mia storia…

Dicono di me che sono una persona con lo spirito contagioso.

Con forza d’animo potente. Una sorta di terremoto, un uragano sempre in movimento. È difficile monitorare lo spostamento di un uragano, eppure lo senti arrivare già da lontano. Dapprima un vento leggero ti accarezza la pelle, poi si intensifica sempre di più creando un vortice che scende dal cielo. Una colonna d’aria da 160 a 600 chilometri orari, un vento così potente da travolgere davvero tutto intorno a sé: case, auto, persone.
È come un granello di sabbia sulla spiaggia. 

Una potenza d’aria ruota ad alta velocità attorno a un centro. Il centro è calmo e senza tempo. Ci si potrebbe stare dentro per ripararsi, ma ci sarebbe sempre il rischio di volare contro qualcosa. Impossibile prevederlo e difficile sconfiggerlo senza soccombere. 

Io rappresento me stessa come un vortice di emozioni, una dopo l’altra, perché mi piace vivere tutto intensamente, con il giusto spirito, ma soprattutto con il cuore.

Peccato che una malattia, quando viene, non guardi in faccia a nessuno. Può succedere veramente a tutti, belli o brutti, giovani o anziani, ricchi o poveri, davvero a chiunque.
Sono una persona di animo sensibile, mi sono sempre commossa guardando film drammatici, o che raccontano storie in cui qualcuno sconfigge una malattia, in questo caso, un tumore.
Molti film tra cui La custode di mia sorellaA Time for dancing e molti altri.
Ormai sono passati più di due anni da quando mi hanno diagnosticato il Linfoma di Hodgkin. «Che brutta parola, che brutto nome», pensai all’inizio. Eppure i medici mi dissero che è una malattia frequente nei giovani.

Dunque il cosiddetto signor Hodgkin (dal nome del medico inglese che l’ha scoperta) non bussa alla porta, entra direttamente dentro di te, scatenando una lotta continua con le cellule, giocando in particolare con i difensori del nostro organismo, i cosiddetti Linfociti T.

Che strano, le ghiandole che in teoria dovrebbero difenderci, si ribellano e cominciano invece ad attaccare il corpo. Un vero e proprio controsenso, penserete.
Ma tutto può accadere in quella pellicola trasparente che avvolge il nostro corpo. 
A volte può aiutarci, essere da tramite per trasmettere sensi ed emozioni, a volte invece, la pellicola può finire per deteriorarsi. Come un puzzle che all’improvviso cade e devi raccogliere tutti i pezzi, raggrupparli e riordinarli per formare di nuovo l’immagine nitida e definita.

È proprio in quel momento che ti senti passare davanti la vita intera. Tante immagini ti scorrono velocemente nella testa, come se dentro di te fosse passato un vortice, un tonfo nella tua vita degli ultimi 19 anni. Soffermandosi non solo sui ricordi belli, quelli siamo in grado di ricordarli tutti, ma anche su quelli talmente brutti da aver causato così tanto «malessere» dentro.

Non mi sono resa conto di quello che stavo passando in quel periodo. Ho trascorso le giornate di terapie con la fanciullezza e l’ingenuità di un bambino.  
Scovando sempre il bello che si nasconde dietro a tutte le cose, belle o brutte che siano, curiosando e analizzando sempre di più la macchina che mette in moto il nostro corpo, che mette in moto le nostre azioni. In fondo, l’anatomia mi aveva sempre affascinato come materia. Studiare il movimento del nostro corpo.

Non voglio raccontare come mi sono sentita in quei momenti, ma come mi sono sentita subito dopo averli passati.
Sollevata, spensierata, felice finalmente.
Come Wonderwoman, sentivo una forza sovrumana dentro che non credevo di avere, che cingeva me, il mio corpo e mi portava a lottare sempre di più e ad andare avanti.
A volte non immaginiamo quanta forza abbiamo, finché non si viene messi alla prova dalla vita.

Dicono che il dolore amplifichi le nostre emozioni ed è proprio così, io ho cominciato a «sentire» di più, ad ascoltare di più il mio corpo, capendo quello di cui aveva bisogno.

E fu in quel momento che mi sentii libera più che mai. Rincominciai a danzare, a viaggiare e a impegnare le mie giornate con qualcosa di bello e creativo. Nacquero nuove passioni e una nuova Laura, più coraggiosa, più tenace, più forte di prima.

Molti rimasero sorpresi per come ho sfidato questa malattia. Questa è una bella lezione di vita tosta, piacevole o dolorosa che sia, ma la più significativa al mondo.
E ti rende più speciale e allo stesso tempo più vulnerabile.
Questo non toglie il fatto che ho passato anch’io momenti bui, momenti in cui credevo di non farcela mentre lottavo contro una forma lieve di depressione dovuta al post-trauma.

Ma mi sono sempre convinta che la mia voglia di vivere, era più forte di quella di morire.
E allora vivi e sii felice, perché «La vita è bella», come dice il mitico Totò. Da allora questo è diventato il mio motto quotidiano.
Perché molto spesso ce ne dimentichiamo, ma la vita è la cosa più rara e incredibile che possediamo.

E non ci resta che brillare ogni giorno di una luce diversa.
Vivere e godersi quelle ventiquattr’ore facendo tutto ciò di cui sentiamo il bisogno, senza porsi limiti perché, si sa, la mente umana può fare grandi cose anche soltanto con il semplice pensiero positivo, affrontare le avversità con il giusto spirito ogni giorno.
Posso prendere una cosa, una vecchia sciarpa, per esempio, e darle valore, colorare una giornata di pioggia, regalare un sorriso a un passante, perché le cose emettono un «suono», prima ancora di esistere.
La felicità è l’unica unità di misura smisurata e infinita.
Allora sono diventata più forte di prima, come dice il proverbio «Cio che non ti uccide, ti fortifica», e mi sono impossessata di quel sorriso d’oro, raggiante più che mai, che nessuno al mondo è in grado di togliermi.

Quell’anno a Sanremo 2017, molte canzoni orecchiabili passarono alla radio, ma una in particolare mi rimase impressa, quella di Fiorella Mannoia «Che sia benedetta».

«Che sia benedetta, per quanto assurdo ci sembri la vita è perfetta, per quando sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta… e siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta.. a tenersela stretta».

Fai ciò che ti fa stare bene, che ti fa ridere l’anima e il cuore.

Tu sei forza. Tu hai coraggio. Tu sei la fonte di energia più potente che ci sia.