Intervista ad Isabel Allende. Malati e rifugiati: ma quanto valgono?

Isabel Allende

È il momento di ripartire. Si deve cambiare prospettiva arricchendola con gli altri. Mai più soli. Il Bullone ha intervistato dei grandi testimonial di vita e di sapere per indicarci la strada giusta. Cominciamo con Isabel Allende, la grande scrittrice cilena.

Di Eleonora Prinelli

Quando mi hanno chiesto di intervistare Isabel Allende non ci credevo. Un’emozione e un privilegio unici, ma anche una sfida e un’enorme responsabilità.  Spero che queste righe possano trasmettervi le stesse preziose sensazioni che ho provato io ascoltando le sue parole. 

Stiamo lentamente uscendo da due mesi di lockdown, durante i quali abbiamo potuto riflettere e ascoltare noi stessi nel silenzio delle nostre città. Per lei, che è solita scrivere da sola per ore nel silenzio della sua stanza, come è stato il lockdown?

«Ha ragione, qualsiasi scrittore ha bisogno di molto tempo, solitudine e silenzio per poter lavorare. Pertanto a me risulta facile stare a casa e non avere alcun contatto sociale. Tuttavia, dopo due mesi diventa pesante. Mi manca il contatto umano, stare insieme alle persone, abbracciare mio figlio». 

Nel suo romanzo L’amante giapponese la protagonista lotta per amore e alla fine vive una rinascita nonostante le difficoltà. Come possiamo sopravvivere al dolore di questo tragico momento storico?

«Penso sia la prima volta che viviamo un’esperienza di questo tipo su scala globale; in passato ci sono state pandemie, catastrofi e guerre mondiali, ma l’informazione viaggiava con tempi diversi. Oggi sappiamo immediatamente cosa succede dall’altra parte del mondo e, forse per la prima volta, riusciamo a capire che siamo un’unica famiglia umana in un pianeta finito. Non possiamo crescere in eterno e in modo insostenibile.  Credo che il senso di quest’esperienza verrà compreso più avanti, man mano che cominceremo a guardare indietro e a capire la portata dell’evento».

Lei pensa che vi siano anche degli aspetti positivi in tutto questo?

«Certo. Si è avuta l’occasione di analizzare il tipo di vita che vogliamo per noi stessi, per gli altri e per il pianeta. Dovremo capire che è impossibile fermare le persone innalzando dei muri, perché ciò che succede a una persona succede anche a tutte le altre. Non si tratta di doverci separare o diventare più tribali, bensì più globali». 

Il suo ultimo romanzo, Lungo petalo di mare, parla di rifugiati politici. Come l’ha cambiata l’esperienza dell’esilio, dopo il colpo di stato del ‘73 in Cile? E perché è ancora così importante parlare di profughi nella nostra società?

«Sono stata una straniera per tutta la mia vita: prima viaggiando per il mondo con il mio patrigno diplomatico, poi scappando in Venezuela come rifugiata politica (dopo il colpo di stato in Cile) e infine immigrando, ormai molti anni fa, negli Stati Uniti. Essere rifugiati è completamente diverso da essere immigrati. I primi devono darsi alla fuga per salvarsi, non hanno scelta né un posto dove andare; mentre i secondi di solito hanno un’altra opzione. Oggi nel mondo esistono 74 milioni di rifugiati (per lo più donne e bambini) e la situazione è destinata a peggiorare per i cambiamenti climatici e la guerra. Non possiamo accettare che vi siano persone alle quali non sia consentito andare da nessuna parte. In Lungo petalo del mare racconto l’esperienza di mezzo milione di rifugiati spagnoli che nel 1939 fuggirono dalla dittatura franchista. Di questi, 2200 profughi furono accolti in Cile grazie all’intervento del poeta cileno Pablo Neruda, che convinse il governo a dar loro accoglienza e li fece imbarcare in Francia per raggiungere il Sudamerica. Una folla di cileni diede loro il benvenuto al porto, festeggiando e cantando. Nell’arco di poche ore furono integrati nella società e lasciarono un immenso contributo al Paese. Oggi i grandi musicisti, produttori cinematografici, scienziati ed astronomi cileni, discendono direttamente o indirettamente dalla “Winnipeg”, la nave di Neruda. Le persone possono offrire il proprio contributo solo se gliene diamo la possibilità, accettandole e integrandole nella società». 

Isabel Allende, scrittrice, femminista e filantropa, di origine cilena. Una delle autrici più lette al mondo, con più di 74 milioni di libri venduti, per citarne solo alcuni: La casa degli spiriti, Paula, La città delle bestie. Ha ricevuto tantissimi riconoscimenti internazionali e ben 15 lauree ad honorem, compresa quella dell’Università di Harvard. Nel 2014 Obama l’ha insignita della Medaglia Presidenziale della Libertà degli Stati Uniti.

Lei ha dichiarato di essere una femminista convinta. Cosa pensa dell’idea per cui i libri scritti da donne sono destinati solo a un pubblico femminile?

«Ho conosciuto uomini che venendo a conoscenza della mia professione mi hanno detto in faccia che non leggono romanzi scritti da donne. Come se io dicessi a un dentista uomo: “scusi, vado solo da dentisti donna”. Quanto si può essere stupidi?! …Tuttavia, la situazione sta migliorando. Quando ho cominciato a scrivere, trentacinque anni fa, era molto dura per le scrittrici: i loro libri venivano pubblicati da editori minori, mal distribuiti e senza critica. Oggi il mercato ha scoperto che sono più le donne che acquistano la narrativa, rispetto agli uomini e vogliono leggere anche libri scritti da donne, quindi ora esiste per loro un mercato ad hoc». 

Crede che ci siano più scrittori che scrittrici sulla scena internazionale?

«Ci sono sempre più donne che scrivono grandi libri, basti pensare che negli Stati Uniti metà della narrativa in commercio è scritta da donne. Tuttavia gli uomini continuano a ricevere maggior pubblicità, attenzione e premi. Sai com’è… se li danno tra di loro».

Nel 1996 lei ha fondato un ente benefico che si occupa di rafforzare il ruolo delle donne nel mondo. Quale speranza nutre per il futuro della condizione femminile?

«Sono stati fatti molti progressi e stiamo progredendo ad un ritmo più rapido grazie all’istruzione e all’informazione interconnessa. Inoltre, spero che la pandemia porti a riconoscere il valore delle donne, che sono state ovunque in prima linea nella lotta al virus.

Tuttavia ci sono ancora milioni di donne vittime di culture patriarcali, maschiliste e scioviniste. La mia fondazione lavora principalmente con loro perché è un fatto provato che investendo nel genere femminile si migliora lo standard familiare e, di conseguenza, della comunità stessa e della nazione. Non a caso i Paesi più arretrati del mondo sono quelli in cui le donne sono più sottomesse. Basti pensare che, specialmente nelle aree rurali e più povere, una donna investe quasi tutti i suoi guadagni nella cura della famiglia, a differenza del marito. Pertanto investendo nelle donne si investe nel futuro, e questo è quello che faccio».

La fondazione è nata in onore di sua figlia Paula, di cui racconta la tragica perdita nell’omonimo libro. Il Bullone purtroppo conosce il dolore di madri che hanno vissuto la sua stessa esperienza… Ma quanto dura il dolore? È possibile arginarlo? 

«A quelle madri direi che il dolore non va mai via, ma che si impara a conviverci. Resta sottopelle e talvolta qualcosa di totalmente inatteso lo fa riemergere, ma si impara anche ad amarlo. In effetti, se non si fosse amato tanto, non si sentirebbe neanche tutto quel dolore. Io sono contenta di portare il ricordo di mia figlia sempre con me. Non voglio dimenticarla, non voglio liberarmi dei ricordi o del dolore, voglio conviverci e lo faccio serenamente. Le parole che mia madre mi disse quando morì Paula furono i più grandi insegnamenti della mia vita e sono le stesse che direi a quelle madri: “questo è quel genere di dolore che va attraversato e vissuto; è un tunnel buio dove camminare un passo alla volta, fino a quando non si vedrà di nuovo la luce. Sei già passata attraverso la cosa peggiore che ti potesse mai capitare; d’ora in poi qualunque cosa succeda non sarà peggiore di questa”. Un giorno potrete tornare a ridere e a ballare, portando con voi il vostro dolore, e va bene così».

La scrittura l’ha aiutata ad elaborare il lutto?

«Mi ha aiutata a capire cosa fosse successo. Mia figlia si ammalò a Madrid, fu ricoverata in ospedale, dove non fu curata a dovere e riportò un danno cerebrale. Mi fu restituita quand’era ormai in coma, così appena possibile la portai con me negli Stati Uniti e me ne presi cura a casa fino alla fine. Paula non morì a seguito della condizione in cui versava, la porfiria, bensì per una negligenza da parte dei medici che la curarono. Quell’anno fu per me un’unica notte buia, confusa e oscura nella quale accusavo tutti, disperata. Cominciai a scrivere il libro un mese dopo la sua morte, quando lessi in ordine cronologico tutte le 180 lettere che avevo inviato a mia madre in quell’anno e potei finalmente capire cos’era successo giorno per giorno. Ebbi così la possibilità di accettare che Paula non sarebbe mai migliorata e che l’unica via d’uscita per lei era la morte. Così iniziai a guarire e ad uscire da quel vortice di rabbia e confusione». 

Tornando alla sua narrativa, spesso gli elementi soprannaturali arricchiscono i suoi romanzi. Com’è nata questa scelta? 

«Fanno parte della mia vita, non si tratta di un espediente letterario. Da piccola sono cresciuta a casa di mia nonna, che era solita fare esperimenti paranormali: era affascinata da Gurdjieff, dalla parapsicologia e dalla telepatia. Invocava gli spiriti dei morti una volta alla settimana, intorno a un grande tavolo rotondo dai piedi massicci, che oggi è a casa mia. Non c’è da meravigliarsi che tutto ciò sia diventato parte integrante della mia vita. Inoltre, vengo da un posto in cui la gente non può fare affidamento su nulla ed è così insicura che finisce col credere alla magia. Quando ci manca il controllo crediamo in molte cose, e questo è affascinante dal punto di vista narrativo: dà un’altra dimensione alla realtà, che non si riduce alla materia pratica che possiamo spiegare. Infatti, quante cose della vita non riusciamo a spiegarci?».

Perché inizia a scrivere ogni nuovo libro l’8 gennaio?

«Perché sono indisciplinata e indaffarata: gestisco una fondazione, scrivo e ricevo innumerevoli richieste di ogni genere. Se non pianificassi il mio lavoro durante l’anno e non riservassi un numero sufficiente di mesi da dedicare ininterrottamente alla scrittura, non potrei farcela. Il modo migliore per farlo è avere un giorno fisso in cui iniziare. Ho scritto 24 libri finora proprio perché comincio l’8 gennaio, che mi portò fortuna con il mio primo libro (La casa degli Spiriti, ndr)».

Cosa suggerirebbe a chi inizia ad intraprendere il suo mestiere? 

«Il miglior consiglio l’ho sentito dare da Elizabeth Gilbert, una scrittrice meravigliosa che a questa stessa domanda rispose: “Non aspettatevi che la scrittura vi dia fama o denaro, fatelo perché ne amate il processo e non riuscite a smettere, come un’ossessione. Se vi concedete il permesso di farlo, molto probabilmente diventerete degli scrittori o delle scrittrici. Ma ricordatevi che per ogni pagina scritta bene, ce ne saranno altre cento da buttare; dovete essere molto pazienti e disciplinati, continuare a provare e non pensare che tutto quello che scriverete verrà pubblicato”». 

Come trova le parole appropriate per dar forma al suo pensiero e trasformarlo in un’opera straordinaria?

«È molto difficile per me, perché da più di 35 anni vivo e lavoro in inglese negli Stati Uniti, mentre scrivo i miei libri solo in spagnolo. Perciò prima dell’8 gennaio mi preparo leggendo le poesie di Pablo Neruda, per riappropriarmi della mia lingua e coglierne il ritmo e la cadenza. Mentre scrivo, se un paragrafo mi sembra “piatto” consulto i miei dizionari alla ricerca di sinonimi che possano migliorarlo e cerco di limitare l’utilizzo eccessivo degli aggettivi: con il sostantivo giusto, puoi fare a meno di molti aggettivi inutili! Inoltre, ho imparato sempre più a tagliare. Spesso si lavora a lungo su una frase o un paragrafo, per poi rileggerlo e capire che non è necessario. Tendiamo a innamorarci di ciò che scriviamo, ma lasciate che ve lo dica: a volte bisogna tagliare senza pietà!». 

Oggi chiunque può scrivere liberamente sul web, le parole rischiano di perdersi o di essere vecchie già dopo qualche ora… Dove trovano la loro collocazione i libri e la lettura «slow» nel mondo attuale?

«I libri cartacei sono stati a lungo considerati mostri sacri, in quanto depositari della conoscenza. Oggi lo scenario sta cambiando assieme al formato del libro: puoi leggere tutte le storie che vuoi sul tuo telefono, tramite e-book e audiolibri. Ma rimarrà sempre un posto per le storie nella società, poiché uno dei bisogni ancestrali dell’umanità è quello di ascoltare l’esperienza dell’altro. A questo servono la lingua e la narrazione: a connetterci con l’esperienza di vita di un’altra persona, con i suoi pensieri, ideali e valori. Non potrà mai scomparire. Ultimamente sto ricevendo molte richieste da parte della televisione per la produzione di miniserie basate sui libri, proprio perché un libro di per sé racconta già una storia ben collaudata. Può cambiare la forma di raccontare e narrare le storie, ma il bisogno di farlo non cesserà mai». 

Che cosa l’ha spinta a scrivere il suo primo libro La casa degli Spiriti?

«La nostalgia e un senso di frustrazione per la mia vita, che non stava andando a parare da nessuna parte. Vivevo in Venezuela come rifugiata politica, non avevo un lavoro fisso e sapevo che il mio matrimonio sarebbe finito da lì a poco, alla soglia dei quarant’anni non avevo ancora concluso niente. In più, mi mancavano il mio Paese e la mia vita precedente, ma non potevo tornare indietro per via della dittatura. Un giorno ricevetti notizia dal Cile che il mio adorato nonno materno stava morendo e cominciai a scrivergli una lunga lettera di addio che lui non fece mai in tempo a leggere. Dopo un anno passato a scrivere tutte le notti, mi ritrovai con 500 pagine sul piano della mia cucina: non sembrava più una lettera, era il mio primo libro. Penso che l’impulso sia arrivato dalla disperazione che provavo, ma il processo è stato così gioioso, interessante e affascinante che mi ha tirato fuori da quello stato d’animo e mi ha cambiato la vita».