Intervista Impossibile a Giuseppe Pontiggia – scrittore, docente e protagonista della vita culturale italiana

Giuseppe Pontiggia

Giuseppe Pontiggia interpretato da Laura Bosio

Di Edoardo Grandi

Sono in una grande sala, immerso nel silenzio. Intorno a me libri su libri, a migliaia. Sembrerebbe la biblioteca di borgesiana memoria, ma si tratta d’altro. È la raccolta di Giuseppe Pontiggia, che spazia dai grandi classici agli autori contemporanei. Da questo tesoro attinge spesso lo scrittore di origine brianzola per trarre ispirazione, magari per uno dei celebri aforismi. Mi volto e lo trovo davanti a me: un uomo massiccio, dai capelli grigi, lo sguardo attento e acuto, i modi gentili, ben disposto per una chiacchierata.

Nel romanzo Nati due volte si ispira a una vicenda molto intima, basata sul rapporto con suo figlio disabile. Qual è in sintesi la sua idea su questo tema?

«Chi si considera normale si attribuisce arbitrariamente dei criteri di umanità e di separazione nei confronti degli altri. In realtà penso che abituarsi alla “diversità dei normali” sia più difficile che abituarsi alla cosiddetta diversità dei diversi. Non a caso ho dedicato il romanzo ai disabili che lottano non per diventare normali ma se stessi. Inoltre, mi piace ricordare quanto detto da Franco Basaglia, pioniere di una vera rivoluzione in campo psichiatrico: da vicino nessuno è normale».

Il logo della rubrica disegnato da Emanuele Lamedica

Lei ha scritto sui temi più svariati, ma sempre profondi, per il supplemento domenicale del Sole 24 Ore. Era una rubrica di brevi riflessioni e aforismi, poi raccolti nel volume Prima persona. Li ha rivisti e modificati per l’occasione?

«Ho sempre lavorato molto sui miei testi, rielaborandoli, correggendoli, modificandoli. Oggi si sta diffondendo il gusto, se non la moda, di scrivere senza correggere, e lo si dichiara addirittura con un certo orgoglio. Ma scrivere è correggere, aveva affermato Sartre, rammaricandosi che la cecità sopravvenuta con l’avanzare degli anni glielo impedisse. Paradossalmente, oggi la considererebbe letterariamente una fortuna».

Cosa consiglierebbe a chi vuole avvicinarsi alla scrittura?

«Molte volte mi sono state poste queste due domande: ma si può imparare a scrivere? Ma scrittori si nasce o si diventa? (domande curiosamente sempre precedute dall’avversativa “ma”). Una volta al Salone del libro di Torino ho risposto facendo finta che la domanda fosse un’altra (è un sistema che suggerisco per certe interviste): si può scrivere senza aver imparato? Sì, basta leggere la maggior parte delle cose che si stampano. Ci vuole talento, certo, ma anche molta tecnica. Nessuno chiede mai a un celebre violista se si può diventare tale senza aver prima imparato. Lo stesso si può dire per la scrittura».

Nella sua biblioteca ha degli autori preferiti?

Certamente i classici, ho sempre avuto grande amore per loro. Sono il mio ambito di indagine preferito. Attenzione, però: questa mia passione non ha niente a che vedere con un certo tradizionalismo o conservatorismo polveroso. Ha invece a che fare con l’innegabile vitalità dei classici. Ne ho parlato nel libro I contemporanei del futuro, e anche altrove. Mi sono chiesto: Pindaro, che cos’ha di attuale? Niente, per fortuna! Dimenticare i classici in nome del futuro è un grande fraintendimento, perché sono la vera e propria riserva del futuro. Rimangono con noi a lungo perché ci interrogano in continuazione su grandi temi, così, in un certo senso, siamo noi che diventiamo loro contemporanei».

La sua sterminata biblioteca è ormai celebre. Una tale collezione non è una cosa un po’ da pazzi?

«Ebbene sì, sono un bibliomane, ho circa 40.000 volumi che procurano problemi di statica e logistica a casa mia. Sono posseduto dal furore di averli e accumularli. Ammetto che la mania di avere libri sia una follia, ma ce n’è una peggiore: è quella di non averne. Questo mistero è per me ancora più insondabile. Nessun “oggetto”, per usare un termine oggi prediletto, è perfetto quanto un libro. Questo perché è insieme effetto e causa di tante esperienze, viaggi, avventure, desideri, fantasie, pensieri, storie, personaggi, interi mondi».

Restando in argomento, cosa pensa dei nuovi mezzi di comunicazione ormai così diffusi?

«Non voglio certo negare ad altri mezzi l’importanza e il potere che hanno nell’offrire informazioni, a volte preziose e insostituibili, ma c’è una cosa che l’informazione non può sostituire: la formazione, che è un processo senza fine di arricchimento e piacere che si trova nei libri. Quindi, chi è il folle? Chi brama di possedere sempre più libri o chi ne tiene la casa vuota come la propria testa? Poi bisogna difendere un’idea di cultura in cui una civiltà si riconosce. Non si dovrebbe inseguire l’ideale di rapidità, oggi così imperante, ma quello della profondità, della durata, così come sono importanti gli indugi e i ritorni su di sé, senza scorciatoie superficiali. Un procedimento aperto ai cambi di passo, che assecondano i ritmi della mente e delle emozioni».

Giuseppe Pontiggia interpretato da Max Ramezzana.

Durante il tempo della «clausura» molte persone hanno riscoperto la lettura, o si sono messe a leggere di più. Le è capitata la stessa cosa?

«Di solito non posso addormentarmi la sera senza prima leggere un libro: sento il libro come vademecum nel buio, come dialogo silenzioso, come riconquista di sé, una rassicurazione, una compagnia, un’evasione, anche un modo pacificato per arrivare al sonno. Ma in questo periodo, invece, mi addormento senza leggere niente. Cos’è? Un cambiamento epocale? Un segno di invecchiamento, una sfida cinica, un effetto di saturazione o una prova di maturazione? Non lo so, ma so che mi dispiace».

Ci sembra di capire che lei ha qualche mania. Ne può citare un’altra?

«Ho la fissazione dei capelli che cadono. Da quando avevo diciassette anni ho sempre fatto uso di lozioni, pozioni, frizioni, con accanimento terapeutico. Forse ho ottenuto buoni risultati, chissà, sta di fatto che anche questa è una mia mania. Mio figlio sta iniziando a perdere i capelli, ma sostiene che il fatto non lo preoccupa. Gli ho detto che non è possibile, e lui mi ha risposto: “Mi interessa quello che c’è dentro la testa, non fuori”. Ho insistito dicendo che anche l’esterno ha la sua importanza, e lui, paziente, ha concluso affermando: “Papà, non sono malato come te”».