Costruire le fondamenta per ripartire: Natura, Tempo e Libertà

Le riflessioni dei cronisti del Bullone in questi giorni prigionieri in casa per colpa dell’epidemia. Che cosa abbiamo perso e che cosa abbiamo rivalutato? Il tempo, i doni, la libertà, la fiducia, il dipendere e il passaggio dall’io al noi.

Cornice di Carol Rollo

I doni della natura

di Edoardo Hensemberger

68 articolazioni, 206 ossa, circa 752 muscoli. 

Parliamoci chiaro, tolti pochi intelligentoni, credo che nessuno sappia con esattezza come funzioni il nostro corpo, eppure lo utilizziamo discretamente bene, e in effetti un bravo pilota non ha certo bisogno di sapere com’è suddiviso il motore per saper controllare il mezzo. 

Illustrazione di Giada De Marchi e Carol Rollo

Il corpo

Se però ci mettessimo ad analizzare tutte le parti del nostro corpo che entrano in gioco anche per il più semplice dei movimenti, probabilmente saremmo così confusi che non saremmo neanche più in grado di aprire la bocca. 

Io credo che la via di mezzo sia sempre, o quasi (perché «chi si accontenta gode, così così»), la scelta migliore; con questo voglio dire che non siamo tenuti a sapere in che modo funzioniamo, ma, ad essere grati perché lo facciamo, sì.

Quello che spesso ci dimentichiamo, perché siamo presi da tutto e da niente, è che il semplice aprire gli occhi e scendere dal letto, ha un che di incredibile, e penso che dovremmo rendercene conto più spesso. 

Poter stare in piedi sulle nostre gambe, poter vedere con i nostri occhi, sentire con le nostre orecchie e toccare con le nostre mani, non tutti possono farlo, ma la maggioranza sì, e sarebbe sciocco non rendersene conto. 

Respirare

La vita, nel significato più semplice della parola, è qualcosa di incredibile, e la più semplice delle nostre azioni è anche quella senza la quale non sopravvivremmo: la respirazione. Quanto è semplice respirare? Forse non ve ne rendete conto, ma io posso assicurarvi che respirare è la cosa più bella che esiste, e me ne sono accorto nei momenti in cui per me è stato davvero difficile farlo. 

Una malattia polmonare come la mia (Fibrosi Cistica), e, perché no, come il nuovissimo Covid, ci rendono consapevoli di quanto dovrebbe bastarci l’aria per essere felici. 

Illustrazione di Giada De Marchi e Carol Rollo

Non fraintendetemi, non sono stupido (o almeno non completamente); è chiaro che non ci basta l’aria per essere felici, anzi, non ce ne frega veramente niente dell’aria e del respiro. 

Sono, come dire, dei «requisiti» alla vita, è vero, avete ragione, ma è straordinariamente bello che il 99% del mondo nasca con i requisiti giusti.

Vivere

La verità è che, per qualche strano motivo, da quando siamo nati pensiamo che tutto quello che abbiamo (materialmente e non) sia il pacchetto standard; eppure nel momento in cui veniamo al mondo non abbiamo niente, solo il nostro piccolo corpicino che apre la bocca e inizia a respirare, e così, inizia il nostro viaggio; tra un’ingiustizia e l’altra cresciamo, andiamo a scuola, conosciamo persone, ci rendiamo conto di come tante cose non funzionino e ci disilludiamo; da bambini diventiamo adulti e da adulti troppo spesso viviamo senza rendercene conto, e forse arriviamo alla fine così in fretta, che una mattina ci svegliamo e pensiamo: «Ma è tutto qui?».

E così, come se niente fosse, abbiamo lasciato passare davanti ai nostri occhi qualsiasi cosa, e ci rendiamo conto di quanto sia bello semplicemente vedere, o riuscire a sentire, o respirare senza una qualche macchina al nostro fianco a spararci ossigeno; e alla fine, quella vera, forse capiamo che non valeva la pena perdere tempo, perché in fondo non ce n’era poi così tanto. 

Chi lo sa, forse tutto questo ci serve per arrivare pronti alla prossima vita, o forse semplicemente tutto finisce, esattamente com’era cominciato: con un respiro. 

Il Tempo dopo il Coronavirus

Di Maddalena Fiorentini

Il 25 settembre 2018 scrivevo sulle note del telefono di sentirmi in un vortice temporale velocissimo a cui avrei solo voluto mettere uno stop. Un anno e mezzo dopo questo stop è arrivato.

Illustrazione di Giada De Marchi e Carol Rollo

Cosa fare ora

Che fare ora? Il tempo si è dilatato talmente tanto che sembra di vivere la stessa sensazione che provo quando tolgo i pattini a rotelle. Voglio far scivolare i piedi veloce, ma posso solo camminare. 

Così sono arrivata alla conclusione che il tempo non mi scivolava via durante il vortice, ero io che lo vivevo nel modo sbagliato: non dovevo usare solo i pattini, ma anche provare a camminare per godermelo. 

Adesso sono obbligata a prenderlo in mano e a sfruttarlo come voglio e questo fa paura. Sono in grado di autogestire la mia vita?.

Prima gli altri erano il motivo per cui ci alzavamo la mattina, erano i nostri impegni; adesso non dobbiamo alzarci per nessuno, nessuno ci sta aspettando, quindi, dove finisce quel tempo e come trovare la forza per svegliarsi e alzarsi dal letto? 

Il Tempo per gli altri

Ecco un’altra scoperta: il tempo che dedicavamo agli altri ora è usato dalla nostra mente. Essere senza vincoli e obblighi è come se le permettesse di essere davvero se stessa, quindi ci troviamo a fantasticare, rimpiangere e rimuginare. 

Cominciamo a conoscerci meglio, a capire cosa ci manca e cosa non serviva o non ci faceva stare bene. In più questo sforzo mentale di alzarsi ogni mattina, perché comunque vada c’è una vita, anche se diversa e «sbagliata», che merita di essere vissuta come si deve, ci resterà dentro per sempre e ci renderà ancora più forti e riconoscenti verso le opportunità che la «nuova vita» ci offrirà.

Mi preme dire, però, che se gli altri non ci servono per sopravvivere, sicuramente sono indispensabili per vivere e occupano con piacere il nostro tempo. Siamo una rete interconnessa che cerca di non mettere i pattini, ma di camminare in un tempo che solo insieme possiamo vivere intensamente.

L’intensità della vita, poi, non si sentiva così forte come ora. In quarantena le emozioni sono elevate al quadrato e cambiano molto velocemente. Sicuramente è sempre stato così, ma non avevamo nemmeno il tempo per accorgercene e l’intensità che provavamo era diversa. 

Il Tempo e la quarantena

Prima una vita intensa era una vita ricca e senza pause. Adesso l’intensità vive nelle pause e nelle riflessioni. Durante questa quarantena io ho fatto pace con il tempo che tanto odiavo. 

Ho capito che serve un equilibrio tra me e gli altri e che entrambi siamo importanti. Ho capito che esistono aspetti della vecchia routine che mi facevano mettere solo i pattini, non facendomi apprezzare il ritmo della vita.

Ho capito che il tempo né rallenta, né accelera e se percepiamo una di queste due cose, allora qualcosa non va. Ovviamente non esiste la vita perfetta in equilibrio con il tempo, ma perlomeno ho capito che non esiste nessun vortice.

Come fare allora a non stressarsi se l’armonia con il tempo non è raggiungibile? Non so con certezza la risposta, forse basta godersi sia momenti in cui camminiamo che i momenti in cui pattiniamo. I pattini sono divertenti, adrenalinici, finchè non si esagera.

Allo stesso modo la caminata è rilassante, finchè non distrae dal percorso. Ci piace pensare al tempo come passato o come futuro. È liberatorio pensare che sia colpa del tempo se non c’è felicità o se è durata troppo poco.

Le rughe sono colpa del tempo, un rimorso è colpa del tempo e una risata è finita per colpa del tempo. Platone disse che il tempo è l’eterna ripetizione del prima e del dopo. È ciò che più si avvicina ad un’eternità immobile. In ogni attimo della nostra vita siamo in un prima e senza accorgerci è già passato il dopo. Non è forse meglio, allora, visto che il prima e il dopo ci saranno per sempre, godersi l’adesso e l’oggi?.

La libertà di scelta

Di Annagiulia Dallera

Che senso acquista per noi uomini e donne del ventunesimo secolo la libertà?  Non viviamo sotto un regime. Siamo abituati a poter scegliere di uscire quando vogliamo, di andare a bere un caffè con gli amici, di fare un viaggio in Islanda o alle Hawaii. 

Illustrazione di Giada De Marchi e Carol Rollo

Il lockdown

Tutto ciò era vero solo fino a qualche mese fa, prima che arrivasse il vero dittatore di questo periodo storico: il coronavirus. Un politico talmente potente da costringere tutti i Paesi del mondo ad «ascoltarlo», a dargli retta. Talmente persuasivo che ci ha costretti a rinchiuderci in casa, ad avere paura di avvicinarci a chiunque e di uscire. 

Perché in molti, nonostante la fase di lockdown completo sia ormai passata, vivono nel terrore: il pericolo lo sentono ancora. Se alcune libertà ci sono state restituite, abbiamo paura a riprenderne possesso. Non è facile uscire fuori di casa se non ci si sente protetti. Ormai lo sappiamo che basta un niente per ammalarsi. 

E una libertà è tale solo se si ritiene di poterla esercitare. Altrimenti è una postilla qualsiasi su un decreto. Carta straccia, insomma. Non usciremmo tranquilli di casa, se fuori ci fosse una tormenta. E la tormenta c’è ancora in questo momento. Le incoraggianti «previsioni metereologiche» della Protezione civile sul numero di contagiati non sono un via libera per tornare alla vita di prima, alla normalità (quella vera chissà quando la rivedremo).

Cosa ci siamo persi

Molti sentono di essersi persi qualcosa in questo periodo, di non aver potuto sfruttare le opportunità che una vita ordinaria gli avrebbe concesso. Non siamo potuti uscire con il ragazzo/la ragazza che ci piace, non siamo potuti andare a trovare quell’amico/amica con cui ci troviamo così bene.

Ci siamo sentiti portare via un pezzo della nostra quotidianità. Ma essere liberi vuol dire anche capire il valore della libertà. In tanti nel corso della storia sono morti pur di conquistare quello a cui noi siamo ormai abituati. 

Non abbiamo mai dovuto lottare per ottenere niente. Siamo nati liberi e per questo abbiamo sempre pensato che tutto ci fosse dovuto. Non è così. Non ci meritiamo di tornare alla vita di prima se non riusciamo neanche a rispettare delle semplici regole. «Stiamo distanti oggi per abbracciarci più forti domani» ci ha detto il premier Conte.  Ci è stato chiesto di rinunciare a una parte della nostra libertà per riconquistarla definitivamente in futuro. 

E queste parole per quanto siano state acclamate e apprezzate anche all’estero, in Italia sembra che siano rimaste prive di valore e di riscontro tra la popolazione. La gente continua a creare assembramenti, a stare vicino.

La fase 2 non vuol dire distruggere tutto quello che abbiamo conquistato nella fase 1. Non è il momento di illuderci, di pensare che ne siamo fuori perché non è così. Nelle nostre azioni e scelte quotidiane ci dobbiamo ancora armare di pazienza, coscienza, serietà oltre che dell’amuchina.

Il male minore

Le possibilità a nostra disposizione sono poche. Dobbiamo prendere delle decisioni che ci consentono di convivere con questa situazione. Una delle scelte più importanti che avremmo potuto e dovuto fare in questo periodo, è quella di proteggere noi stessi e gli altri. Perché, quando non hai opzioni, devi scegliere il male minore.

E se il male minore è quello di non dare un abbraccio a una mamma, a un papà, a un amico, al fidanzato, allora è la decisione giusta da prendere. È un prezzo che bisogna pagare per tornare a essere veramente liberi e che servirà a ricordarci quanto il contatto fisico e l’affetto siano importanti nella nostra vita. 

Rivaluteremo anche la bellezza di un incontro, dello stare insieme, della socialità. Il coronavirus ci ha costretto a stare con noi stessi, a volte è proprio questa la convivenza più difficile. Ci siamo presi un momento per «liberare» la nostra vita da tutto quello che era eccessivo. Abbiamo sperimentato la libertà dal rumore, dalla routine, da un eccessivo dinamismo sociale, dalla fretta. È come se tutti, credenti e atei, fossero rimasti a fare un ritiro spirituale nelle proprie case. Che cosa poi verrà fuori da queste riflessioni, ce lo racconteremo quando torneremo a ripopolare bar, chiese, uffici, spiagge, palestre e… aule di tribunali.