Costruire le fondamenta per ripartire

Le riflessioni dei cronisti del Bullone in questi giorni prigionieri in casa per colpa dell’epidemia. Che cosa abbiamo perso e che cosa abbiamo rivalutato? Il tempo, i doni, la libertà, la fiducia, il dipendere e il passaggio dall’io al noi.

Cornice di Carol Rollo

Avere fiducia

Di Alessandra Parrino

Arrivavamo da un periodo in cui non trovavamo un attimo per noi stessi, in cui rimproveravamo le troppe persone intorno a noi di chiederci spazio e tempo. Ci siamo schiantati, tutti, davanti al muro della quarantena, muro che è diventato scudo e corazza, muro che ha dilatato i giorni e le ore, imponendoci di fare i conti con noi stessi. 

Mai più da soli

E ora che ci viene chiesto di ripartire, da dove vogliamo farlo? Da dove abbiamo bisogno di farlo? 

Queste settimane ci hanno feriti, ci hanno messi a nudo, ci hanno imposto di guardarci dentro, perché dentro era l’unico posto in cui potevamo stare. Ci siamo resi conto che quell’io che tanto ci mancava, in realtà sentiva delle mancanze; buchi che da soli non possiamo colmare. 

Questa notte che è scesa sulla nostra esistenza non può non averci fatto nascere dentro la necessità di non essere soli, quella consapevolezza che per completarci, nell’intimo e nel quotidiano, abbiamo bisogno di altre persone al nostro fianco. Di scorgere un sorriso, uno sguardo che aspetta solo noi e che tra le nostre mille battaglie ci fa trovare un momento di pace. 

Abbiamo bisogno di ripartire, di riprendere in mano le nostre vite e ricostruire. Ed è proprio ora, proprio in questa fase che abbiamo bisogno di fiducia, fiducia in noi stessi, fiducia riposta negli altri, quelli di sempre e quelli che ci si presentano alla porta.

Facciamo squadra

Dobbiamo trovare il coraggio di superare la diffidenza, i conflitti, perché solo così potremo riprenderci da questi solchi profondi facendo crescere nuova vita, creando qualcosa di migliore rispetto a ciò che conoscevamo prima. 

E no! Non basta aspettare che siano gli altri a fidarsi di noi, dobbiamo disimparare a delegare la fiducia e fare noi il primo passo, il primo atto d’amore nei confronti di uno sconosciuto o di chi ci ha delusi. Perché solo così sapremo scoprire che l’altro è una nostra responsabilità, che la sua vita è un dono per noi e che dobbiamo superare le nostre paure per imparare a prendercene cura. 

Essere dalla stessa parte non significa solo andare alla ricerca di ciò che ci fa comodo e poi sparire. Troppe cose sono sparite per poter pensare in questa maniera. Essere dalla stessa parte significa perseverare con spirito di abnegazione, cercando di riscoprire ogni giorno la persona che abbiamo di fronte e nonostante gli sbagli che potrebbe commettere, andare oltre, sempre avanti. Perché solo lasciando a noi stessi e agli altri il tempo di fare un errore, ripartire da capo e trovare una soluzione, possiamo scoprire davvero il potenziale che portiamo dentro, un potenziale che ogni individuo ha bisogno di dimostrare al mondo, ma soprattutto a se stesso. E tutto questo non può avvenire se non cerchiamo ora di abbattere quel muro che si è fatto scudo e corazza per proteggerci dal virus, certo, ma che non deve allontanarci dalle persone. 

Credere negli altri

Non siamo fatti per fare tutto da soli, non possiamo rialzarci e prendere in mano le nostre vite da soli, abbiamo bisogno di compagni, necessitiamo di sentirci un po’ soldati, parte di una squadra e non più generali, superiori agli altri. Perché solo quando ci riconosciamo simili, possiamo comprendere che possiamo farcela. 

E solo così potremo renderci conto che la vera bellezza del mondo non deriva dalla salute ma dalla realtà. 

Una realtà diversa da come l’avevamo lasciata, proprio perché sapremo fidarci un po’ di più, affidarci un po’ di più. 

Illustrazione di Carol Rollo e Giada De Marchi

Noi dipendiamo

Di Francesca Filardi

Si pensa che sia solo il bambino a dipendere dalla madre, e solo nei suoi primi mesi di vita.

Una donna incinta segue con cura le indicazioni del dottore già prima della nascita di suo figlio e dopo, una volta nato, sa che dal suo corpo e dalle sue azioni dipenderanno fisicamente e psicologicamente la salute e la stessa vita del proprio bambino.

Già dalla nascita dipendiamo dunque da un’altra persona e, allo stesso tempo, la vita dell’altra persona è condizionata dalla nostra esistenza. Di conseguenza, credo che la morte sia una sorta di ritorno al grembo, tranquillo e pacifico, protetto e lontano dalla complessità e dalla follia del mondo. 

Il corpo umano è composto per il 70 per cento di acqua. L’acqua, e i liquidi in generale, non hanno forma e si adattano e dipendono dalla forma e dalla capienza del contenitore che li ospita. 

Vita di relazioni

Tutto questo mi fa pensare… quanto sia facile pensare a queste cose, ma quanto sia difficile ricordarsele anche dopo. Penso a come, nella mia malattia, abbia potuto riscontrare questa dipendenza: allora e ora, che non sono più bambina e che sono corpo oltre che liquido. Quanto è facile pensarci e sperimentarlo dopo un evento tragico come la malattia o la morte.

Accade sempre che capisci il valore di una cosa, di un oggetto o di una relazione quando la perdi, l’importanza di una persona quando ti lascia o si allontana… a me è capitato già prima: prima con me stessa e il mio corpo, poi con le mie relazioni. 

Nella mia malattia l’ho sperimentato, provando il desiderio profondo di tornare a una «vita normale», l’incondizionata voglia di andare in vacanza, quando in realtà non avevo neanche le forze fisiche, oltre che mentali, per poterlo fare… Ma questo dove mi può portare realmente? La vera prigione e chiusura è interiore. Come faccio a desiderare Vita se sono Morta, dentro, in un corpo che non trova gratitudine, piacere e forza neanche per assaporare un buon piatto?

Insieme e sempre

La voglia di fuggire dai problemi e di evadere dalle mura domestiche in realtà quanto ti porterebbe lontano?
Così la mia forza è arrivata da quella mamma che è tornata a prepararmi quei piatti, da quei dottori che mi hanno fatto da scudo e si sono preoccupati di curarmi e proteggermi più di quanto lo avessi mai fatto io stessa prima.

Questa voglia inspiegabile l’abbiamo vissuta tutti insieme in questo periodo in cui non facevamo altro che farci ripetere: «State a casa!». E allora qualcuno è uscito lo stesso, ma sfido chiunque a non aver provato il senso di isolamento proprio lì fuori.
Pensiamo ad esempio, anche al senso di impotenza nel salvare, o fare qualcosa per aiutare o alleggerire qualcuno.
Probabilmente è vero: spesso rimarrò indietro, ma quale cammino può riavviarsi se non facciamo prima un passo indietro, quale corsa sarà meno efficace se si ha la possibilità di prendere la rincorsa? È più importante il beneficio nel breve o nel lungo periodo? 

Paure e senso di colpa

Penso anche ai detenuti nelle loro celle…  a quanto possa essere veramente significativa per loro una liberazione, anche prematura, dalla prigione, se prima non ci si sente liberi con se stessi, «puliti a livello di coscienza» e liberati dal proprio senso di colpa.
Se potessi essere assolto ingiustamente da una condanna e potessi uscire, mi sentirei davvero libero? Libertà di far cosa, se non mi sento liberato dai miei più grandi scheletri e paure?
Gli apriremo le porte e gli permetteremo di correre, ma dove? Senza una meta, senza magari poter abbracciare qualcuno?

È una lezione che la vita ci ha fatto apprendere già prima che il Coronavirus ce l’avesse fatta riscoprire.

Illustrazione di Carol Rollo e Giada De Marchi

Dall’Io al Noi

Di Giulia Porrino

«Stiamo lontani oggi, per abbracciarci con più calore domani, per correre più veloci domani. Tutti insieme ce la faremo», sono le parole pronunciate l’11 marzo dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Nel discorso, annunciava il lockdown italiano, e continuava: «Il Paese ha bisogno della responsabilità di ciascuno di noi, della responsabilità di 60 milioni di italiani che quotidianamente compiono piccoli grandi sacrifici. Per tutta la durata di questa emergenza. Siamo parte di una medesima comunità. Ogni individuo sta giovando dei propri ma anche degli altrui sacrifici. Questa è la forza del nostro Paese, una “comunità di individui”, come direbbe Norbert Elias».

Abbattiamo i muri

Chi l’avrebbe mai potuto immaginare che nel XXI secolo, l’era tecnologica per eccellenza, il mondo intero si sarebbe inginocchiato davanti a un virus?

Sono state settimane molto lunghe quelle appena trascorse, ogni giorno tra le mura di casa ci costringeva a una forte mancanza del contatto fisico con le persone. Nel pieno della crisi sanitaria, in ognuno di noi sono nate e si sono acuite vecchie e inedite paure e fragilità. Ed ecco moltiplicarsi i canti dai balconi e i gesti di solidarietà per sopperire a questa mancanza, ma anche videochiamate interminabili e giochi da tavolo in famiglia. Così lontani l’uno dall’altro, ma così vicini nel vicendevole sentire. 

Questa emergenza ha ribaltato il nostro quotidiano, costringendoci a stare con noi stessi per molto tempo – attività ormai dimenticata, per la frenesia del quotidiano – e permettendoci quindi, di trascorrere parte di questo tempo a riflettere sul mondo che ci circonda e su di noi. Con il passare dei giorni, e l’acuirsi degli eventi, abbiamo appreso un insegnamento molto prezioso: da soli, non possiamo stare. Se vogliamo essere felici e sentirci realizzati a pieno, abbiamo bisogno dell’altro, del Noi

Prima dell’avvento dell’emergenza Covid, stavamo vivendo un periodo storico caratterizzato da tanta rabbia sociale e dal predominio della cultura individualista, che silenziosamente aveva influenzato la vita di ognuno di noi. Era talmente forte da guidare i nostri pensieri, da indirizzare i nostri sentimenti e addirittura da modellare i nostri desideri. L’Io è diventato il modello da esaltare, da affermare continuamente, fino a rinunciare ad ogni tipo di relazione e scambio umano. 

Scoprire l’interdipendenza

Con l’emergenza sanitaria però, abbiamo forse capito che più che allontanarci, desideriamo riavvicinarci gli uni agli altri, per vivere un’interdipendenza che sia sana. Ogni giorno, nella nostra vita, cresciamo e ci individuiamo grazie alle relazioni e dentro di esse. Quando scopriamo che siamo realmente interconnessi gli uni agli altri, siamo anche più disposti ad ammettere senza esitazione che la nostra felicità deriva dalla felicità dell’altro e dal modo in cui sapremo contribuire a crearla, esprimendo tutto il nostro potenziale.

Risulta quindi necessaria una rivoluzione sociale e culturale concreta. È necessario riscoprire il valore del Noi da anteporre al valore individuale dell’Io. In questo vale sempre l’insegnamento di Don Milani in Lettera a una professoressa: «Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». 

insieme

Rivoluzione culturale

In questo momento siamo cittadini di un mondo dove le differenze di qualsiasi natura, diventano secondarie. Una crisi che ci ha costretti a chiedere aiuto a chiunque fosse in condizioni di fornirlo. Sì, bisogna correre su questa via di una rivoluzione culturale che investa non solo a livello individuale, ma anche collettivo, per creare una «società di individui» – come citato nel discorso dal Presidente Conte – e anche una comunità solidale, non una società che sia solo un agglomerato di persone.