Intervista a Milena Gabanelli «Quanto costa la verità»

Intervista a Milena Gabanelli, giornalista, autrice e conduttrice televisiva, ci racconta di sogni e verità

Cornice di Carol Rollo

Di Edoardo Hesemberger

I sogni sono quelli che non si realizzano mai…

C’è stata una scintilla che le ha fatto capire che voleva entrare nel mondo del giornalismo? 

«Non c’è stata nessuna scintilla, ho cominciato per caso, lavorando per Rai 3 Regione, prima in Emilia Romagna poi in Lombardia, e poi sono passata alle reti nazionali».

Quindi non è un sogno che aveva da bambina, è capitato lungo la strada?

«I sogni sono quelli che non si realizzano mai, perché altrimenti non sarebbero sogni. È avvicinandomi alle storie degli altri e alla voglia di capire perché avvengono le cose, che mi sono trovata qui». 

Ed è contenta di dove si trova adesso? 

«Assolutamente sì».

MilenaGabanelli, giornalista d’inchiesta per eccellenza, autrice e conduttrice televisiva, pioniera del video giornalismo italiano. Ha collaborato come freelance con la Rai conosciuta per le sue inchieste di Report, programma che ha fatto la storia nell’ambito del giornalismo investigativo grazie alle indagini aperte su temi necessari: dalla salute, alle ingiustizie di carattere economico e sociale, ecomafia, inefficienze dei servizi pubblici.

«Metodo Gabanelli» e definizione di verità

Esiste un «Metodo Gabanelli» per la costruzione di un’inchiesta? Quando scopre una verità, pensa che sia permanente, oppure ogni verità ha il suo tempo?

«Tratto con circospezione la definizione di verità, perché tranne casi realmente oggettivi (è scoppiato il covid, non ci sono dubbi che sia una verità), è difficile dire “c’è una verità assoluta”, ci si avvicina cercando di essere i più oggettivi possibile; questo significa fare un enorme lavoro di ricerca e di confronto con le fonti, per riuscire a distillare il significato e il senso profondo di una determinata situazione».

Oggi capita spesso di leggere dei titoli fuorvianti rispetto ai contenuti, soprattutto con le notizie online, oppure due articoli che trattano lo stesso argomento dicendo cose diametralmente opposte. Lei come reagisce quando un giornalista svolge un lavoro poco approfondito? 

«Sicuramente non è bello. Per raccontare una notizia è fondamentale avere il tempo di verificarla e capirla; se devi scrivere in due ore perché devi uscire col pezzo velocemente, ti mantieni sulle generali, fai due telefonate e speri che ti vada bene, usando tutti i condizionali del caso e mettendo un titolo che invoglia il lettore a fare click. Il lettore è molto esigente, giustamente, ma pretende di essere informato gratis. Chi paga quel giornalista, che per darti una notizia accurata, approfondita e verificata ha bisogno di qualche giorno? Lo paga l’editore, un signore che possibilmente vorrebbe non perder soldi, per lo meno andare in pari, ma come fa, se i giornali nessuno più li compra perché c’è l’online? Fino a qualche anno fa se ti volevi informare andavi a comprare il giornale in edicola, adesso nessuno lo fa più. Si può pensare che sull’online si guadagni con la pubblicità, ma la maggior parte dei ricavi va a Google e alle solite piattaforme, di conseguenza gli editori incassano molto poco, non abbastanza per pagare una redazione alla ricerca di notizie h24».

Qualità e reputazione

Noi del Bullone ci siamo messi a fare un giornale in un periodo in cui i giornali non vendono più, perché riteniamo che l’informazione sia necessaria; il problema è che c’è tanta mala informazione, probabilmente c’è sempre stata, ma oggi si vede di più, e quindi diventa più difficile fare il giornalista d’inchiesta, che approfondisce gli argomenti. 

«Si vede di più perché il mezzo consente a chiunque di farsi il proprio giornale, il proprio blog o la propria testata online, mentre prima dovevi essere inquadrato in un sistema dove c’è un editore che si assume la responsabilità; oggi puoi scrivere qualunque cosa, magari anche sotto pseudonimo, o su un sito che è registrato in Bulgaria, e nessuno risponde di niente. Alla fine quello che fa la differenza, secondo me, è la qualità della testata e la reputazione di chi firma il pezzo». 

Quindi il nome del giornalista conta sempre di più?

«Il nome del giornalista e il nome della testata, anche perché una testata autorevole possibilmente non si sputtanasparando cose non vere, e se lo fa – perché chiunque può sbagliare -, chiede scusa».

Con le sue inchieste lei ha sempre toccato dei punti critici: ha mai avuto paura delle conseguenze? Ha mai ricevuto minacce concrete?

«Sì, ma le ho sempre cestinate. Nel momento in cui decidi di fare il rompi scatole di professione, non puoi pretendere che quelli a cui rompi le scatole ti mandino dei fiori; come minimo ti fanno delle pressioni e delle velate minacce, quelle più evidenti sono le cause. Io ne ho un tot aperte, ma se decidi di stare su una certa strada, ti devi prendere i rischi del caso». 

L’importanza dell’oggettività

C’è stato un momento, un episodio o una persona che ha cambiato il suo modo di fare giornalismo? 

«Ho imparato nel corso degli anni, facendo tanti errori e ho imparato l’efficacia della comunicazione, strada facendo. Per quanto riguarda i contenuti invece, c’è stato un collega del Corriere della Sera, inviato di guerra, oggi in pensione, un gigante, anche se alto un metro e sessanta, si chiama Ettore Mo, e una volta mi disse: “il racconto deve essere privo di aggettivi”. Questa cosa ha influito molto sul modo che ho adottato e che cerco di mettere in pratica: un racconto molto asciutto, molto scarno, pieno di fatti e di poche considerazioni». 

Sempre rivolto all’oggettività dei fatti… 

«Direi di sì. Quello che mi ha fatto cambiare strada negli ultimi cinque o sei anni, è stata la decisione di uscire dalla tv pubblica per sperimentare un linguaggio più adatto al giornalismo online. È il mezzo con il quale viene divulgata l’informazione a essere diverso, e di conseguenza bisogna adattarne il linguaggio. Laddove io raccontavo una storia in un’ora, adesso devo distillarla in tre minuti. Ma penso che sia sempre bene continuare a sperimentarsi: detto in altre parole, mi interessa il luogo dove si informa mia figlia, per portare un po’ di reputazione e di qualità anche lì». 

Penso che combattere le ingiustizie e i pregiudizi sia un modo per creare una forma di responsabilità: crede che sia possibile educare il lettore a questa responsabilità che oggi sembra mancare?

«Penso che si possano cambiare i pregiudizi con la consapevolezza; se sei consapevole che agendo in un determinato modo la ricaduta delle tue azioni ha un’influenza su di te, puoi cambiare il tuo comportamento, il tuo atteggiamento o la tua decisone. L’informazione ha un ruolo cruciale, perché una persona informata correttamente può scegliere in modo libero e consapevole». 

Consigli ai giovani

Quali suggerimenti darebbe ai giovani giornalisti che vogliono intraprendere questa carriera?

«Vuoi fare il giornalista? Bene, qual è il settore che ti interessa di più? Buttati su quello, specializzati in un settore molto specifico. Prima di arrivare a mantenerti col giornalismo, dovrai fare anche qualcos’altro; mantieniti con qualcos’altro, ma continua a coltivare la tua passione, lavora anche gratis, non demordere, perché chi ci mette passione e fa le cose fatte bene, presto o tardi viene fuori». 

Mi sembra tanto la definizione di «insegue un sogno».

«No, un sogno appartiene a una sfera molto più grande, perché smettere di sognare vuol dire smettere un po’ anche di vivere. In realtà è molto pragmatico, come prepararsi a un esame: se studi alla fine l’esame lo passi, se sei sfortunato può andarti male una volta, però alla seconda ti va bene. L’importante è non spaventarsi di fronte alle porte chiuse, e io ne ho viste tante, sono arrivata a mantenermi con il mio lavoro a trentasei anni, prima facevo anche altro. Sono l’esempio di chi viene da una famiglia modesta, non ho mai avuto appoggi, non li ho mai neanche cercati. Mi sono sempre impegnata guardando cosa facevano gli altri e cercando di studiare gli argomenti che non venivano trattati, per avere proposte e idee nuove». 

Grazie Milena, quando pensa che vedremo un direttore donna al Corriere della Sera

«Mi auguro presto. In quanto donna, non mi piace essere una quota rosa, non ne vedo il motivo. Le donne sono più degli uomini numericamente, nel momento in cui vige un modello di reclutamento della classe dirigente che premia il merito, allora automaticamente le donne dovrebbero essere di più; ma se non viene premiato il merito e la carriera la si fa collezionando conoscenze, è un’altra storia. Quando si recluta un dirigente bisognerebbe farlo sulla base delle competenze, e queste non hanno sesso». 

Per chiudere, c’è qualcosa che la fa arrabbiare? 

«L’inconsapevolezza della classe dirigente e politica su quanti danni può fare una persona che non ha le sufficienti competenze e meriti, seduto su una poltrona che governa un pezzo della vita degli altri. Questo è insopportabile».