Intervista a Salvatore Veca «Una sola umanità, un solo pianeta»

Salvatore Veca interpretato da Chiara Bosna
Salvatore Veca interpretato da Chiara Bosna

I cronisti del Bullone hanno voluto intervistare il filosofoSalvatore Veca per capire che cosa sta accadendo nel mondo. Anche Veca ha insistito sulla discesa in campo dei giovani. Dobbiamoportare nelle scuole «l’ora di umanità».

Cornice di Alberto Ruggieri

Di Martina Dimastromatteo

«Come sta Martina?». Inizia così, la mia intervista telefonica a Salvatore Veca e io non riesco a nascondere l’emozione.

Durante queste settimane, nonostante fossimo obbligati a rimanere chiusi tra le nostre mura, sembrava essersi sviluppata una sorta di vicinanza tra gli individui. Una volta però finita la fase 1, le disuguaglianze sociali ed economiche hanno fatto nuovamente capolino. Abbiamo sentito dire tante, troppe volte, la frase «Ne usciremo migliori», ma il Covid-19 ci ha davvero insegnato qualcosa?

«La domanda è molto buona, la risposta è difficile: è molto difficile generalizzare. Questa è la prima volta che – nella storia di persone che hanno anche età venerabili come la mia – accade qualcosa del genere: è un inedito della storia. Il Covid-19 è stato l’indicatore di disuguaglianze più impressionante ed efficace di cui abbiamo disposto. Facciamo l’esempio della scuola e delle video-lezioni. In una casa, un ragazzo ha la propria stanza e può chiudervisi, concentrandosi e seguendo la lezione dal suo computer. In un’altra casa, nel quartiere a fianco, c’è un solo computer, che viene usato dal papà per lo smart working: quel bambino dovrà studiare nei ritagli di tempo del lavoro del padre. Poi c’è un terzo bambino, che abita in una casa dove non c’è un computer. A partire da un semplice esempio, la mostruosa e intollerabile marea di disuguaglianze esplode subito allo sguardo. Quando la gente dice: “Torniamo alla normalità”, fa un errore grandissimo. Noi non dovremmo mai tornare a quella normalità lì, perché era piena di mali sociali e di lesioni dei diritti della persona. Dobbiamo cercare non di ricostruire il passato, ma di andare alla ricerca di una speranza nuova, che deve prendere atto della terribile lezione del Covid-19 e porsi degli obiettivi che siano diversi da quelli che hanno guidato le nostre vite collettive».

A proposito della ripresa, adesso si discute di cosa, come e quando riaprire: preservare la salute, oppure riavviare l’economia? Cosa fare quando ci si trova di fronte a due diritti contrapposti?

«In questo caso siamo di fronte a un classico conflitto tra valori o tra diritti. I diritti tutelano i valori. È indubbio che se pedaliamo solo su uno dei due valori, l’altro salta. Qui non siamo in presenza dell’alternativa tra un male maggiore e uno minore, ma siamo di fronte all’alternativa tra un male e un altro male. Se io pedalo sulla salute frego il lavoro, e viceversa. In filosofia politica si usa dire che siamo di fronte ad un trade off di valori e/o di diritti. Il trade off è una sorta di tentativo di trovare il migliore equilibrio possibile nelle condizioni date, fra la soddisfazione – non integrale – dell’uno e dell’altro. Bisognerebbe avere un mondo ideale, in cui esiste un solo valore, ma il nostro mondo è pluralistico, ci sono più cose importanti e buone della vita. A inizio pandemia Papa Francesco ha detto: “Abbiamo avuto l’arroganza di pensarci sani, in un mondo malato”. Questo è quello che io chiamo il pregiudizio antropocentrico: l’idea che la nostra fragilità e la nostra vulnerabilità non siano altrettanto importanti, non siano forse i tratti più importanti del nostro essere umani».

Salvatore Veca interpretato da Chiara Bosna
Salvatore Veca (interpretato da Chiara Bosna) presidente onorario della Fondazione Feltrinelli, di cui è stato presidente dal 1984 al 2001.
Insegna Filosofia politica alla IUSS di Pavia, di cui è stato prorettore vicariodal 2005 al 2013. Ha insegnato nelle più prestigiose università
italiane. Dal 1999 al 2005 è stato Preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pavia. È stato presidente di diverse Fondazioni e Istituzioni
e ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

Come ha ben spiegato, la ripresa non sarà uguale per tutti e forse certi meccanismi rischiano di far aumentare l’odio e diminuire l’empatia, come ci dimostrano i tanti episodi di razzismo. Perché facciamo così fatica a metterci nei panni dell’altro e ne abbiamo paura?

«L’empatia deve poter essere esercitata in circostanze favorevoli. Il fatto che io sappia mettermi nelle scarpe dell’altro, presuppone che io non abbia paura di ciò, che io non veda in questo un pericolo per me, che io veda in questo qualcosa di bello. Assumiamo che una persona sia naturalmente disposta ad essere empatica e assumiamo che qualcuno le dica: “Guarda che quella lì, alla fine, è una che ti frega, è una che prende il tuo posto, che ti lascia senza cibo e senza soldi per i tuoi bambini”. Ecco, quell’empatia che stava per essere sorgiva, si ritrae. I neuroni specchio si contraggono: lo specchio diventa opaco. Noi, invece, dobbiamo cercare di tenere tersi i nostri specchi».

In questo numero ci stiamo interrogando sul tema dell’educazione all’umanità. Quali sono i passi che possiamo fare l’uno verso l’altro? Da cosa possiamo e dobbiamo partire?

«Per educare all’umanità dobbiamo renderci completamente consapevoli di che cosa voglia dire “umanità” e , soprattutto, di che cosa deturpi il nostro senso della vita, nelle parole e nei fatti, nelle scelte individuali e collettive. L’umanità è un’astrazione. Come diceva Joseph de Maistre “io non ho mai visto un essere umano, io ho sempre visto un francese, un tedesco, un italiano,…”. Questo non significa che l’umanità non sia in noi incarnata, anzi, che ognuno è l’esemplare di un tipo universale, che è l’umanità. Questo fa la differenza. Perché, seppur diversi, ciascuno di noi è l’esemplare dello stesso tipo. Quindi ci sono cose che non devi poter fare a nessuno che sia un esemplare dell’umanità. Questo esclude le pratiche del disumano. Il coraggio di pensare di educare all’umanità è qualcosa che ci chiede di guardare a noi stessi, adottando quello che Kant definiva “la massima del pensiero esteso”: guardare al mondo dal punto di vista di chiunque altro. Non diversamente, Adam Smith sosteneva che noi abbiamo bisogno di un’osservazione imparziale: l’osservatore imparziale può rendere conto del punto di vista del resto degli occhi dell’umanità».

Manifestazione per la pace
Manifestazione per la pace

In queste settimane, tante persone sono scese in piazza per protestare a favore dei propri diritti e di quelli delle minoranze. La percentuale di ragazzi partecipanti è sempre più elevata; adesione giovanile che aveva già preso piede con i Friday For Future. Stiamo assistendo al germogliare di qualcosa di nuovo? Una nuova fraternità tra giovani?

«È possibile. Friday For Future è un movimento che si è costituito a partire da quasi nulla, è cresciuto globalmente in pochissimo tempo e credo che sia stata la ripresa di una capacità delle giovani e giovanissime generazioni di essere protagoniste. Io credo che sia assolutamente possibile che una generazione, che ha memorie frantumate del passato e delle sue lotte, e che però ha una percezione diretta della croce del presente, si prenda per mano e occupi gli spazi pubblici per dire: “Giustizia e Libertà, una sola umanità, un solo pianeta”. Questo è il mio sogno».

Durante lo scorso incontro con i B.Liver, lei aveva detto che le sue tre parole sono cura, vivere e filosofare. A proposito della prima, spiegava che dobbiamo occuparci dei bambini. Oggi più che mai è importante partire da loro e dalla scuola. Quali saperi «fondamentali» l’educazione dovrebbe inserire nel piano didattico?

«Vogliamo chiamarla “ora di umanità”? Sarebbe bello. Naturalmente qui il problema non sono i bambini, ma chi insegna, chi fa la regia. Tu non devi insegnare l’umanità, la devi scoprire, la devi esplorare, devi essere sensibile, empatetico. Lanciamo l’idea: l’agorà dell’umanità».

La mia firma è già sulla petizione! Per concludere, avrebbe un consiglio da dare ai giovani?

«Avere cura, di sé, degli altri, del mondo. Avere voglia di conoscere per prendersi per mano e dire: “Signori, questa è la verità e voi non la rispettate”. Questa è la grandezza che ci hanno insegnato i neo-movimenti giovanili: la loro base non è una qualche forma di pur nobile utopia, ma si riferisce a dati scientifici che, fino a prova contraria, ci dicono che il cambiamento climatico è a questo livello, e via dicendo. Se questa generazione crescesse con questo tipo di atteggiamento e con questa fiducia nella possibilità di prendere la parola e costruire uno spazio pubblico, sarebbe il sogno della mia vita».