Ad ognuno il suo cattivo Ad ognuno la sua guerra

La tragedia di Minneapolis ha fatto discutere il mondo. Anche noi del Bullone cerchiamo di capire come affrontare violenza e razzismo, dalla parte dei più deboli. È il momento dell’impegno e della presa di coscienza contro le ingiustizie e le morti incomprensibili

Cornice di Alberto Ruggieri

Di Giovanni Covini

Nel mare largo della vita abbiamo bisogno di bussole. Perché ci sono punti della rotta in cui la terra più vicina è quella sotto di noi. Lontani dal porto di partenza, nemmeno in vista di quello d’arrivo. Ci si perde così, metro per metro. Non è che un giorno ti svegli e ti ritrovi tutto al contrario del giorno prima. Non è che si vada apposta nella tempesta: viene a prenderti lei.

Allora combatti con tutte le forze che hai. Perché al tuo viaggio ci credi. Colpi di vento che non ci crederanno quando li racconterai. Tonnellate d’acqua che ti piovono in testa quando finisci nell’onda. Gli antichi romani dicevano che la tempesta è bella vista dal porto. E avevano ragione, starci dentro è diverso.

Il mare della vita è ogni cosa, ogni idea con la quale sei stato cresciuto. Ogni salute e ogni malattia, ogni condizione economica affettiva e climatica. In concreto, le onde che ti piovono in testa, l’albero maestro che rischia di rompersi, il timone non più governabile, sono cose che dal porto non si vedono. O ci sei dentro, o non le vedi. Lo spettacolo che offriamo agli altri delle nostre battaglie è spesso patetico. Ci vedono agitarci, piangere e lottare per un dolore che non sentono e che non possono capire.

Per questo riteniamo spesso eccessive le azioni degli altri. La ragionevolezza dei nostri «non ti sembra di esagerare?» nasconde tutta la nostra miopia. Il mare della vita ha onde sottili, invisibili e spietate che travolgono solo chi le sente.

L’idea che esistano i buoni e i cattivi è una di queste onde invisibili. Travolge i nostri pensieri e crea i nemici. Per alcuni di noi i cattivi sono le persone di colore. Per altri i gay, i meridionali, gli extracomunitari. A ognuno il suo cattivo, a ognuno la sua guerra.

Guardiamo da fuori questo poliziotto che soffoca George Floyd sotto gli occhi del mondo e inorridiamo. Ci lascia senza parole, perché oltre che inspiegabile, ci sembra un gesto inspiegabilmente stupido e poco tattico. Diciamolo francamente: anche a volerlo uccidere, uccidilo in un altro luogo e in un altro momento. Segnati il nome e vallo a prendere dopo. Ma così sei solo un cretino.

Anche se a voler ben vedere l’azione che osserviamo è solo una parte della questione. L’altra è il punto da cui la osserviamo. E noi abbiamo istituito – su suggerimento degli antichi romani – dei porti sicuri da cui guardare le tempeste degli altri. Sono il porto sicuro della nostra morale e delle nostre leggi. Sistemi rispettabili e forse necessari, ma del tutto astratti rispetto alle tempeste. Così, in aderenza a questi sistemi, riteniamo di avere una visione sobria, equilibrata e corretta.

Ma la verità del nostro sguardo è umana, quindi vista dall’oscillazione del mare. Perché siamo in mare anche noi, che ci piaccia o no.

Nel suo sistema di significati, il poliziotto che ha ucciso George Floyd ha fatto fuori un pericoloso nemico. La rabbia che gli ha riversato addosso è la rabbia con cui sterminiamo chi ci ha spaventato a morte. L’onda del razzismo monta con mille parole da quando sei bambino. Piccole cose, magari, lasciate intendere così, per modo di dire. E ti ritrovi, non sai come, a pensare che gli afro sono quelli che ti hanno rovinato la vita, reso insicure le strade, violentato le «tue» donne. E il nemico un giorno si trova proprio davanti a te nel mezzo di un’azione violenta. Non ci sono né morale né legge. Ci sei tu. E la tempesta. E ti difendi. Quello che ha vissuto quel poliziotto non dev’essere molto diverso da così.

Abbiamo due possibilità. Possiamo guardarlo dal porto e giudicarlo per le sue azioni che si discostano dalla morale e dalla legge. E porre un’incondizionata fiducia nel molo che ci fa sentire così al sicuro. Oppure possiamo navigare. Insistere contro l’equivoco nella tempesta e cercare di aiutare quell’uomo. Correggere il nostro sguardo che ci mostra un poliziotto cattivo e vedere l’uomo in difficoltà che compie un’azione così cretina, perché sovrastato da un sistema di pensieri titanico che gli impedisce di vedere e di pensare. Possiamo lanciare un salvagente a quell’uomo in lotta con la sua tempesta. Che vale la nostra.

Non so dire altro su questa vicenda, ma sono per metà siciliano. E so che in mare non si lascia nessuno.