Intervista ad Enrico Mentana Perché è importante puntare sui giovani

Di Eleonora Prinelli

È stata una lunga chiacchierata quella che abbiamo fatto con Enrico Mentana, direttore del TGLa7 e fondatore della testata online Open. Attraverso lo sguardo critico di «chi ne ha viste tante» e qualche analogia goldoniana, abbiamo approfondito tematiche legate all’attualità, ai giovani e all’arte di fare giornalismo.

Le rivolte di questi giorni negli Stati Uniti mostrano un’intera collettività di giovani che manifesta, a prescindere dal colore della pelle. Pensa che stia nascendo una nuova consapevolezza?

«La contrapposizione tra l’entusiasmo dei giovani e lo scetticismo cinico di chi ne ha viste tante esiste da sempre e rischia di riproporsi tra noi anche oggi. Ho già assistito a tante rivolte seguite all’uccisione di cittadini afroamericani per mano della polizia. Da sempre questo tipo di movimento è forte negli USA, ma non so se sia qualcosa di nuovo. Alcuni sostengono che con l’uccisione di Floyd, Trump abbia già perso le elezioni, ma non ne sono così convinto. Ricordiamoci che la segregazione razziale è durata fino a 50 anni fa negli Stati Uniti e che alle ultime elezioni, quando tutti si aspettavano la vittoria di Hillary Clinton, vinse Trump, anche e soprattutto negli stati operai. Stiamo attenti a non scambiare quello che ci piace con quello che è maggioritario».

Lei ha fondato Open per restituire la possibilità a giovani talenti di essere protagonisti dell’informazione. Perché in Italia le nuove generazioni sono tagliate fuori da vari settori lavorativi?

«I giovani sono una frangia della società che è stata tenuta ai margini perché l’assetto economico, politico e sociologico italiano è quello di conservare l’esistenza. Non c’è un’idea di futuro, ma solo di presente. Il problema del lavoro in Italia è la mancanza di occupazione per i giovani, eppure per le forze politiche e sindacali il rischio è che si perdano posti di lavoro. Negli Stati Uniti le prime società per capitalizzazione in borsa, negli ultimi decenni, sono state fondate da ventenni o trentenni. Da noi invece si preserva il diritto di restare al lavoro anche dopo l’età pensionabile. Io stesso, che passo per un giornalista nel pieno della sua carriera, tecnicamente dovrei andare in pensione. Per questo ho deciso di fondare Open e favorire nel mio piccolo l’inserimento dei giovani nel mondo giornalistico».

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Open porta avanti un grande lavoro di fact-checking per monitorare le fake news. Quando invece una notizia è autentica? Basta che sia vera?

«Una notizia vera può essere artefatta, ingigantita, rimpicciolita. Ma se è almeno in parte vera non è una bufala. Certo, su una notizia vera si può costruire una falsificazione. È il sentiero in cui la nostra civiltà si è avventurata. Quello delle notizie verosimili, forse false. Il problema non è come si infettano le notizie, ma perché e chi lo fa. Alcune bufale sono goffe e facilissime da riconoscere, altre sono deformazioni fatte ad arte che viaggiano nella rete. È l’equilibrio squilibrato dei social, in cui l’ultimo che passa può dire la sua. Il fatto che ne esistano tante ci fa dubitare di tutto, e a quel punto è importante per noi giornalisti trovare un mediatore credibile».  

Lei ha sdoganato le maratone politiche. Com’è nata questa idea?

«Le trasmissioni elettorali esistono sin da quando la televisione ha assunto un ruolo di interpretazione giornalistica della realtà. Con l’avvento del sistema misto si è creata la necessità di fare delle trasmissioni più belle e incalzanti. La concorrenza ha affinato il genere. Per quanto mi riguarda, ho delle modalità di conduzione per cui mi viene bene fare questo tipo di lavoro. Mi piace fare trasmissioni di ampia durata per seguirne tutti gli aspetti che, per usare gli elementi della commedia dell’arte goldoniana, si riassumono in sogno e realtà. Il sogno di vincere e la realtà dei risultati, gioia e dolore, ufficialità e gherminelle e ovviamente, le varie maschere: da un lato i protagonisti della politica e dall’altra gli inviati, gli opinionisti, i giornalisti».

Pensa che nel suo mestiere si ci debba per forza schierare o c’è un’altra via?

«Se schierarsi vuol dire stare permanentemente con uno o con l’altro, io non mi sono mai schierato. L’ultima volta che ho votato infatti, risale al 1992, proprio per dimostrare nei fatti di essere neutrale. Dare le notizie però, implica la possibilità di dire che ha ragione questo o quello. Se fai il “pesce in barile” non dirai mai che ha ragione uno piuttosto che un altro, ma se sei fazioso dirai che ha sempre ragione quello per cui parteggi. Il vero giornalismo non è dare la notizia e basta, poi la devi commentare e in caso dare la tua opinione. L’importante è far capire che si tratta di un’opinione personale, che di volta in volta può essere simile a quella di un esponente politico piuttosto che a un altro».

Enrico Mentana

Ha appena nominato alcuni protagonisti del panorama politico attuale. Ritiene che la classe politica oggi sia di un livello più «basso» rispetto al passato?

«Sì, ma probabilmente vale per tutti noi. Una volta la politica era una sorta di accademia della vita associativa, alla quale si accedeva per meriti o capacità aggregativa. Si superava la selezione delle scuole di partito, dei consigli comunali, delle battaglie politiche e sindacali. Si cresceva e si arrivava ad essere parlamentare o ministro e, nell’interesse dei rispettivi partiti, a quei ruoli vi arrivavano le persone più capaci. Oggi non è più così, perché quel sistema politico è stato “picconato” da noi stessi e non possiamo lamentarcene. Il sistema dei partiti era diventato una torre d’avorio che tesseva difficili rapporti con la società e che ogni tanto si rubava qualche portafoglio. Tangentopoli ha segnato il divorzio con la vecchia politica. Da allora ci sono stati dei tentativi per tornare indietro, ma le ultime elezioni sono state il colpo di grazia. Se c’è stato un massacro della classe dirigente e politica io conosco gli assassini, siamo noi». 

Tornando all’attualità, poco tempo fa il New York Times ha fatto mea-culpa per aver ospitato il commento del senatore statunitense Tom Cotton sulla necessità di far intervenire l’esercito contro i manifestanti del Black Lives Matter. Lei cosa avrebbe fatto?

«Io avrei detto che non ero d’accordo, ma non capisco perché bisogna chiedere scusa se si ospita un’opinione. Se le opinioni devono essere sempre le solite, forse è inutile sentire opinioni ovvie. Quello che è mancato al New York Times è ciò che chiamiamo tecnicamente “filo di nota”, cioè il commento che prende le distanze o che rimette al suo posto l’autore di quelle opinioni. Altrimenti, vuol dire che possono parlare solo quelli che la pensano in un certo modo. Poi non sorprendiamoci se alle elezioni del 2016 ha vinto Trump, nonostante nessun giornale americano avesse fatto l’endorsement per lui». 


C’è chi sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero chiedere scusa agli africani deportati in America e ridotti in schiavitù ai tempi del colonialismo. Cosa ne pensa?

«Penso che ci sia un appiattimento della storia. Secondo questo ragionamento gli Stati Uniti dovrebbero chiedere scusa, in primis, ai nativi americani. Ma sono gli USA a doversi scusare o i bianchi? E gli Stati Uniti da chi erano popolati in quei decenni? Non esiste una genia di bianchi statunitensi. L’importante non è chiedere scusa, ma essere solennemente dalla parte del “mai più”. Tutto questo bene e male della storia è stato un convulso progredire che ci ha portato oggi ad essere nella condizione di dire cosa è giusto e cosa non lo è. Ma allora perché in Italia ci sono i decreti sicurezza? La tutela etnica e nazionale si è andata a ispessire nelle leggi degli ultimi anni. Se oggi andassimo in alcune zone del Mezzogiorno, troveremmo persone di etnie diverse vivere in uno stato di sostanziale schiavitù. E chi chiede scusa a loro?».