Sara Gandolfi ricercatrice negli USA e medico in Italia

Sara Gandolfi
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Cornice di Paola Parra

La ricercatrice Sara Gandolfi lavora a Boston

Di Stefania Spadoni

Da quando causa COVID tutte le nostre interviste si sono digitalizzate e gli incontri sono diventati virtuali, abbiamo viaggiato in giro per il mondo toccando ben tre continenti diversi e chiacchierando con scrittori, medici, economisti, professori, artisti…

Sara Gandolfi

Questa volta siamo finiti in America, a Boston, Massachusetts per incontrare Sara Gandolfi, medico ricercatore, specializzata in Ematologia.

Sara si trova così lontana dalla sua patria, l’Italia, per un’esperienza di ricerca traslazionale presso il laboratorio del Prof Mitsiades al Dana-Farber Cancer Institute/Harvard Medical School di Boston, dopo aver portato avanti la sua specializzazione presso l’Istituto Clinico Humanitas.

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Cervelli In Fuga

Sara Gandolfi è uno dei tantissimi cervelli in fuga del nostro Paese; ne approfitto per chiederle quale sia la scintilla che spinge una giovane italiana a intraprendere la carriera di ricercatore.

Sicuramente la passione è il motore che spinge maggiormente nella scelta, anche se Sara non è una ricercatrice pura, ma è prima di tutto un medico. E questa è stata una leva importante. «Quando osservo i miei pazienti», ci racconta, «mi domando come posso ulteriormente migliorare le conoscenze delle malattie delle quali mi occupo, il trattamento, come posso fare un passo in più verso una terapia più efficace, meno tossica. Voglio contribuire, nel mio piccolo, a fare un passo avanti nella medicina».

Ci racconta delle sue «connessioni» con i pazienti che aveva in cura e ci spiega come stare così a contatto con la sofferenza umana, la spinga a voler essere parte di qualcosa che faccia star meglio le persone, motivo per cui ha scelto di diventare medico. Mi chiedo perché la dottoressa Gandolfi sia dovuta andare lì a fare quest’esperienza formativa e non abbia potuto farla in Italia. La sua risposta è chiara: «non si deve per forza andare all’estero per fare ricerca, ma io avevo la curiosità di ampliare i miei orizzonti e comunque un’esperienza all’estero per una persona in formazione va sempre incoraggiata, perché permette un’evoluzione personale e lavorativa».

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Stati Uniti e Ricerca

Ci racconta che negli Stati Uniti si può spendere molto di più per la ricerca e quindi sperimentare molto di più, anche se questo ha i suoi pro e i suoi contro. In questo periodo la sanità è stata al centro della discussione collettiva, abbiamo dovuto fare i conti con un virus che ha messo a dura prova le sanità di molti Paesi in tutto il mondo.

Chiedo a Sara di darci il suo punto di vista, cioè il punto di vista di un medico che ha vissuto dall’interno la sanità italiana e quella americana e il punto di partenza della sua risposta è l’orgoglio di poter affermare che in Italia la salute è un diritto costituzionale e il paziente è veramente al centro. Questa emergenza sanitaria ha fatto emergere moltissime problematiche e nessun Paese al mondo può essere esente da critiche.

«In Italia andrebbe potenziata la medicina di territorio e andrebbe data maggior rilevanza alla figura del medico di base», continua la Gandolfi, «in America la pandemia è stata veramente un disastro, perché moltissime persone non dispongono di un’assicurazione sanitaria, ma il grosso problema è che non c’è una sanità universale nel sistema americano e ci si muove fra assicurazioni private molto costose e assicurazioni assistenziali pubbliche statali o federali, come Medicare e Medicaid, che però hanno criteri di inclusione molto restrittivi».

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Il Costo Della Sanità

Il costo della sanità americana è elevatissimo (il 18% del Pil è destinato alla sanità), ma molto inefficiente, vedi i grossi problemi di malattie croniche, cardiovascolari, diabete, obesità, malattie sessualmente trasmissibili che colpiscono gli Stati Uniti.

«I grandi centri di ricerca americani esistono, perché esiste questa sanità da privilegiati?», la domanda mi esce di bocca dopo aver ascoltato Sara parlare di disparità nelle cure, ma lei corregge il tiro: «parzialmente vero, la ricerca si sostiene su sovvenzioni di tipo federale, ci sono le No Profit, le donazioni dei privati e le associazioni di pazienti che fanno fundraising».

Chiacchierando viene fuori la parola «cliente» e scopro che in America spesso il paziente viene chiamato così, perché compra un servizio tramite la propria assicurazione. È molto strano da ascoltare, soprattutto se si è abituati a vivere il paziente come persona, e questa è la formazione di Sara Gandolfi, che ammette che in America ha deciso di non fare il medico, ma solo il ricercatore, perché quel ruolo in quel sistema va contro la sua etica.

Sara Gandolfi
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La Pandemia

«Non potrei mai sottostare a quello che dice l’assicurazione, invece che al mio senso e alla mia logica clinica». Durante questa pandemia si sono evidenziate enormi differenze sociali; la popolazione afroamericana è stata molto più colpita (in Georgia, nella piccola città di Alany 75.000 abitanti, il 90% delle persone decedute per Coronavirus sono persone di colore, in generale 1/3 dei morti per Coronavirus sono afroamericani, ma la popolazione afroamericana sul numero totale di abitanti è il 13%).

Per svariate ragioni culturali e sociali, molti sono lavoratori cosiddetti essenziali, senza la possibilità del remote working, spesso lavori senza benefit assicurativi, questa popolazione non ha una buona salute di base. La pandemia ha portato a galla questa enorme differenza. Con l’Obama Care il numero di non assicurati si è dimezzato, ma ancora 27 milioni di americani non hanno l’assicurazione sanitaria. La politica di Trump ha peggiorato la situazione e possiamo dire con franchezza che il presidente non è in grado di tutelare la parte più fragile della popolazione.

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La Forbice Sociale

Anche la formazione in America è estremamente costosa e crea forbici sociali. L’accesso alla scuola pubblica è molto legato alla zona in cui si vive, e quindi se si vive in un quartiere ricco si ha accesso a buone scuole e in questo modo ci si potrà costruire un buon curriculum vitae, che in America viene strutturato fin dai primi anni di scuola, e di conseguenza questo aprirà l’accesso a numerose e migliori strade per il futuro. Nel momento in cui non hai le risorse, ti devi accontentare e questo limita moltissimo.

Infine l’istruzione universitaria è estremamente costosa e molte persone non se la possono permettere. Sara ci racconta tutto questo amareggiata, parlandoci di un sistema di istruzione non democratico. Intanto arrivano moltissime domande dalle persone in ascolto, perché l’intervista on line ha stimolato un grande dibattito.

La Diversità

Francesca chiede: «Da italiana giovanissima all’estero, da ricercatrice, che cosa importeresti che secondo te manca in Italia e sarebbe invece una grande opportunità di crescita per il nostro Paese?», la risposta di Sara Gandolfi parte con un termine a noi molto caro: la diversità.

Sara lavora in un laboratorio di ricerca dove ci sono ricercatori da tutto il mondo, con background ed esperienze diversissime. La diversità è un arricchimento. Infine fa un focus sul ruolo della ricerca, che negli Stati Uniti ha un’importanza e una rilevanza maggiori rispetto all’Italia. La ricerca è il motore del progresso, va favorito il dialogo fra clinico e ricercatore.

Quando chiediamo a Sara se tornerà in Italia ci risponde che tornerebbe per poter esercitare la professione medica (in America non è abilitata), ma sottolinea che questa non dovrebbe essere l’unica ragione. Il nostro Stato investe nella formazione dei giovani e dovrebbe anche investire nel loro ritorno in patria, con proposte di lavoro concrete che diano la possibilità di proseguire un percorso iniziato all’estero che dia valore al sistema Italia.

Il Coronavirus

Abbiamo infine parlato di Coronavirus e delle fasce più fragili della popolazione che sono da tutelare, come gli anziani, la nostra memoria storica, e le persone con sistema immunitario compromesso, come i suoi pazienti dell’ematologia e come molti B.Liver. Sara ha sottolineato quanto sia importante vaccinarsi non solo come atto medico nei propri confronti, ma come azione responsabile verso la collettività: proteggere chi non può proteggersi e ci ha ricordato che il virus, seppur, in maniera differente, ha colpito tutti, anche persone giovani e sane.

Se oggi scrivo questo articolo è perché ho incontrato Sara Gandolfi quando le terapie convenzionali non funzionavano più per il mio linfoma. Il team del quale lei faceva parte seguiva un protocollo di ricerca che mi ha salvato la vita. Lo racconto in diretta per dire che la ricerca non è solo un bancone in un laboratorio, ma si concretizza in vite vere salvate e una qualità della vita migliore. Lo racconto per ringraziarla pubblicamente per la prima volta. Io e Sara siamo coetanee, che fortuna che lei abbia studiato medicina, si sia specializzata in ematologia e abbia deciso di intraprendere la strada della ricerca.

La ricerca merita tutto il supporto possibile.

Non dimentichiamolo mai.