Milano 2030 La Scommessa Sul Futuro Di Mio Figlio

Illustrazione di Matteo Signorelli
Illustrazione di Matteo Signorelli

Di Margherita Galliani

Avere un figlio è sicuramente una scommessa sul futuro, ma è anche un gesto istintivo, spinto dalla biologia, dall’amore, dall’irrazionale. Per me e mio marito è stato un desiderio che giaceva da tanto tempo, cui è stato naturale e urgente dare spazio quando, finalmente, ci siamo riconosciuti a vicenda come la persona giusta.

L’ Anno In Cui È Nato Mio Figlio

La determinazione con cui ho perseguito questo desiderio mi ha anche detto molto sulla fiducia nella bontà del mondo che mi circonda, che ancora è solida dentro di me – forse più di quanto pensassi -, nonostante i dolori e le fatiche che, come tutti, ho incontrato nella vita.

Forse per questo mi infastidisce sentire lo sconforto che questo anno così difficile lascia dietro di sé; un anno da dimenticare, da cancellare, sento dire spesso. Per me sarà per sempre l’anno tanto atteso in cui è nato mio figlio, un anno di cui voglio ricordarmi ogni secondo.

Milano 2030

Ora per questo articolo mi chiedono: che cosa mi auguro per mio figlio? Quale tipo di città in cui farlo crescere? Quale società intorno a lui tra dieci anni, nella Milano del 2030?

Che domanda difficile, che mi mette davanti alla responsabilità di avergli dato la vita. Ciò che più desidero è che mio figlio sia felice di questo dono, che condivida con me e suo padre l’idea che ne valeva la pena, che vale la pena affrontare questo rischio che è la vita, di abbracciarlo perfino.

Bambini Nati in Questo 2020

Ecco quindi alcune cose che mi auguro, perché mio figlio, e gli altri bambini nati in questo 2020 così duro per la nostra Lombardia, possano abbracciare con gioia il rischio di vivere.

Vorrei che fosse riconosciuto maggiore valore al dare ai nostri bambini occasioni e strumenti per sviluppare le proprie competenze relazionali ed emotive. È importante guidare i nostri figli a riconoscere le proprie emozioni, ad accoglierle, gestirle e integrarle per costruire bellezza e relazioni positive, per non lasciarsi sopraffare ed essere prigionieri delle paure, insicurezze, rabbie, frustrazioni che tutti abbiamo. Per me e per il padre sarà un compito difficile se non vi è un riconoscimento collettivo dell’importanza di investirvi tempo ed energie nei contesti educativi, formativi, pubblici.

I genitori non possono essere lasciati soli a contrastare e difendere i propri figli da pressioni – nei consumi e nel marketing, nelle produzioni culturali, nei mass e social media, nelle istituzioni formative ed educative – che fanno leva sulle fragilità, sulle paure e sulle dipendenze, perché convengono, o che ignorano le questioni emotive, valoriali, relazionali, relegandole alla sfera familiare e privata, per fuggire potenziali conflitti difficili da gestire, per non prendere posizione su questioni complesse e controverse. Educare i bambini è senz’altro compito dei genitori e delle famiglie in primo luogo, ma ha bisogno di un dibattito pubblico, collettivo, di una responsabilità condivisa, che sappia riflettere e agire per rendere più facile il compito ai genitori, nell’interesse di tutti.

Lo Spazio Per La Cura Delle Relazioni

Spero che la nostra società trovi il modo di mantenere e aumentare lo spazio per la cura delle relazioni che segnano una vita: la famiglia (qualsiasi gruppo di persone ciascuno consideri famiglia), gli amici, le persone con cui si condividono esperienze importanti. Per me sono state anche quelle incontrate grazie all’associazione di volontariato fondata in memoria di mia sorella, che negli anni ha raccolto persone molto diverse e con cui difficilmente avrei condiviso tanto in un altro contesto.

Spero che, tra dieci anni, la nostra società offra spazi di socialità e di incontro che uniscano e facciano condividere esperienze tra persone eterogenee, spazi non segreganti, e con cui non ci si ritrovi solo tra uguali, tra chi si sceglie perché affine, ma ci sia spazio per l’inaspettato, il generativo dell’incontro autentico e profondo con il diverso da sé per età, estrazione sociale, esperienze, credenze. Spero che questi contesti continuino ad esistere e si moltiplichino, perché mio figlio possa trovare quello che farà al caso suo.

Mio figliooltre che bellissimo e simpaticissimo, è ovvioè nato maschio, e non ha la pelle bianca. Perché se sei un mix tra bianco e nero, di sicuro non sei bianco. «Métis», meticcio, nel Senegal da cui viene mio marito, una parola che descrive senza accezioni una condizione scritta sulla sua pelle. Crescerà a partire da due genitori con storie, esperienze e riferimenti molto diversi, e che nonostante ciò si sono trovati, innamorati, scelti, perché hanno sentito al di là delle differenze di condividere ciò cui danno valore nella vita.

Maschio E Meticcio

Maschio e meticcio, dunque, due caratteristiche diverse da me, e che costituiscono per me una sfida a tratti inaspettata. Poco prima del suo arrivo mi sono resa conto di quanto fosse per me più naturale immaginarmi mamma di una bambina, e, fatico ad ammetterlo, bianca; anche se oggi non so vedermi che come sua madre, come se fosse con me da sempre.

Spero che il mondo intorno a noi mi aiuti a far sì che queste sue caratteristiche biologiche non diventino trappole identitarie, ma punti di partenza che aumentino le opzioni tra cui scegliere chi vorrà essere, i repertori a partire dai quali potrà costruire la sua persona. Spero che in questi futuri dieci anni – dirlo mi fa paura, perché mi rendo conto che il tempo è poco, considerato il punto cui siamo oggi – perdano forza gli irrigidimenti, gli estremismi, figli di certo di ideologie e strumentalizzazioni intenzionali, ma anche di paure e fragilità, e si amplino le possibilità di sperimentarsi ed esplorare quale tipo di maschio si vuole essere, cosa significhi per ciascuno essere lombardo, italiano, meticcio, afrodiscendente, afroitaliano… Spero che non si moltiplichino le etichette o le sottoculture cui lui potrà scegliere di aderire, ma gli spazi di libertà in cui costruirsi, e diminuisca la necessità di difendersi da chi, spesso guidato dalle sue fragilità, attribuisce a caratteristiche fisiche ruoli e significati rigidi e limitati che ci ingabbiano tutti. In ogni caso io sono pronta a lottare con tutte le mie forze perché lui sia libero di costruire se stesso; e, si sa, le forze di una mamma sono infinite.

Vi lascio quindi con la suggestione di alcune canzoni – di cantanti non milanesi ma comunque lombardi – che mi hanno accompagnato durante la gravidanza e che a volte cullano il sonno di Giovanni Djibril, introducendolo alla complessità, spero bellissima, della vita che lo aspetta:

La pelle e Afroitaliano, di Tommy Kuti; Lombardia, dei Mercanti di Liquore; Portavérta, di Lorenzo Monguzzi.