Intervista a Mariangela Gualtieri Tra Arte E Ripartenza

I ragazzi del Bullone hanno conosciuto Mariangela Gualtieri guardando e ascoltando i suoi video-poesia. Le cose che dice con quella voce che ti entra dentro, ci hanno conquistato. Mariangela Gualtieri, poetessa e drammaturga, fin dall’inizio ha curato la consegna orale della poesia, con letture di versi in Italia e in vari Paesi del mondo, dedicandosi ad ampliare il sodalizio fra verso poetico e musica dal vivo. Aprirà a settembre la Biennale di Venezia, sezione cultura. Noi l’abbiamo rintracciata e intervistata.

Di Martina De Marco

In questo momento in ogni dove si sente parlare di «ripartenza» e di «ripartire». Stare chiusi nelle case per un lungo tempo è stato un vero stato di fermo, o è stata una possibilità d’esplorazione del tempo e del mondo? Lei da dove vuole «ripartire», sempre ammesso che si tratti di ripartire più che di continuare?

«Penso che si dovrebbe davvero ripartire, cioè partire di nuovo, perché la pandemia ha denunciato la rottura di un’alleanza fra noi e tutto il resto. Dunque, si dovrebbe tornare indietro e da lì ripartire, ma tornare indietro, forse per la prima volta nella storia umana. Non va bene il modo in cui pensiamo, non vanno bene le idee che abbiamo su tutto ciò che è vivo con noi, su tutto ciò che ci tiene in vita. Bisogna ripartire da un emendamento di cose sbagliate e dall’assunzione di uno sguardo più empatico verso la Terra e le sue creature».

«E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. Forse ci sono doni. Pepite d’oro per noi». Questo dice in 9 Marzo 2020. Qual è la grande occasione di questo tempo?

«L’occasione forse è aprire gli occhi, capire che non siamo noi il centro dell’universo, capire che la vita sulla Terra procederebbe più feconda senza di noi, e dunque maturare una nuova visione, più innamorata della Terra, più devota alla Terra, più rispettosa e consonante. E forse anche aprirsi a uno stare più contemplativo che fattivo».

Quale «vaso di Pandora» ha scoperchiato il Coronavirus, sulle condizioni di lavoro dei professionisti della cultura e dello spettacolo dal vivo? Che cosa ne pensa?

«Sto osservando ciò che accade e non ho ancora maturato un mio pensiero chiaro. Sto vivendo un lutto, perché so che il teatro in questo momento è morto, un morto che tornerà a vivere, ma non so ancora come né quando. Lo dico da “dentro la scena”: come potremo provare senza toccarci? Come potremo abbandonarci alle forze che attraversano il palcoscenico, abbandonarci all’ispirazione trascurando le innumerevoli norme che ci costringono a una presenza vigile, senza abbandono?».

Un compito del poeta è svelare, togliere il velo: lei oggi di cosa ha scritto? Oggi cosa si nasconde, cosa si cela?

«A me pare che ciò che si cela sia la trama segreta dell’universo, la grande armonia che tiene tutto nel millimetro, il misterioso respiro cosmico di cui anche il corpo celeste che abitiamo è parte, di cui noi stessi siamo parte. La nostra miopia ci condanna a visioni anguste, il nostro ego ci relega nel suo modesto pollaio e forse compito dell’arte è spalancare, rilanciare verso l’infinito, che tuttavia resterà sempre celato nelle sue leggi fondamentali».

In quali momenti della giornata scrive le sue poesie? Ha una disciplina che s’impone per scrivere con tempi e regole ferree, o agisce in altro modo?

«Le parole si depositano in me, si accumulano, e poi c’è l’urgenza di buttarle fuori e allora mi isolo, mi raccolgo, mi metto lì in paziente attesa e la cosa strana è che sembra che i versi arrivino da fuori… Questo può capitare in qualunque ora, in qualunque luogo. La condizione è che io sia sola e che niente e nessuno possano interrompermi. La disciplina è in un atteggiamento interiore per il quale si è sempre al servizio del verso, si è sempre in un’attesa, e così lo scrivere diventa misura di quasi ogni istante di vita. Spesso mi chiedo: perché sono qui? perché non sono da qualche parte a scrivere o a starmene in silenzio? L’altra disciplina riguarda il silenzio e l’astensione: in ogni giornata ho bisogno di un lato silenzioso, di un po’ di vuoto, anche di vuoto tecnologico, lontano da internet e dal cellulare».

Noi B.Liver siamo esperti di periodi tosti, di malattie che colpiscono il corpo e ti fanno soffrire nell’anima. Qual è, per lei,  il discrimine fra il dolore fisico e quello morale?

«Il dolore resta per me un grande enigma. Mi piacerebbe fare a voi questa domanda – penso abbiate tanto da dire, da insegnare. Esco da poco da un dolore fisico acutissimo che mi ha totalmente rapita: non potevo pensare ad altro che a quello stare male. Ma appena il dolore fisico si è attenuato, è calata in me una pace profonda. Non vorrei fare una mistica del dolore, ma è indubbio: ogni volta che ho provato un importante dolore fisico, c’è poi stato un approfondimento psichico importante. Anche il dolore morale mi è sembrato un’occasione che mi è stata data per avvicinarmi a una parte di me che restava inespressa, sacrificata. Ma so bene che tutto questo ha un limite oltre il quale ammutolisco, non ho parole. Che parole si possono dire per i bambini di Auschwitz? Solo una voce limpida e traboccante d’amore come Etty Hillesum ha fatto luce su quel dolore senza cadere nella retorica. Come recita un verso di Adam Zagajewski, credo che “trasformare il dolore in bellezza” sia uno dei compiti più alti dell’arte e della poesia».

Che cos’è per lei il Profano? Qual è il limite da valicare? Ce le scriverebbe due strofe trap?

«Forse profano è tutto ciò che è fatto senza amore, senza attenzione, senza cura. Credo che tutto sia sacro, cioè sotto divino influsso, e questo pensiero rende ogni esperienza molto avventurosa, anche molto pericolosa, ma comunque dispone a una larga accoglienza, a una profonda curiosità. Forse niente è profano. O forse solo negare il mistero lo è».

Verrà il tempo per una cultura più accessibile? Penso alla Scala, come a certi musei…

«Siamo una specie in cammino, dalla scimmia antropomorfa verso qualcosa che io voglio immaginare meraviglioso. Dunque, voglio sperare che verrà un tempo in cui la cultura sarà al centro delle nostre vite e delle nostre relazioni, pensando tuttavia che anche il lavoro delle mani è cultura, anche fare un buon pane è cultura, anche fare con cura il proprio lavoro è cultura».

I suoi sono monologhi, poesie, brani che includono. Quando ha capito che questa era la strada che tutti dobbiamo percorrere? Quando è nata questa sua voglia di tirar fuori, scrivendo e declamando, per gli altri? Quanto conta la condivisione?

«Più che una voglia è stata un’urgenza, un’impellenza inaggirabile. Se non avessi scritto credo che mi sarei ammalata. A dire la verità la scrittura per me è arrivata molto tardi e dopo una strana malattia che non mi aveva fatto dormire per quaranta giorni. Sono affezionata a quella malattia, perché mi aveva talmente demolita da rendermi molto vulnerabile, scorticata, spalancata come una pagina bianca. Forse è meglio parlare di empatia più che di condivisione, cioè sentirsi dentro un comune destino, farsi prendere dalla parola, mettersi in attesa di una parola che valga anche per gli altri, gli altri vivi con me adesso in questo mondo, ma anche gli altri che verranno».

Fa ancora il pane? Lei è ancora ferma a un metro di distanza o è tornata ad abbracciare? 

«Sì, ho fatto un lievito madre e continuo a tenerlo vivo e a fare il pane. È un rito che mi piace e che vorrei mantenere. Sono tornata ad abbracciare i familiari che per un po’ non avevo visto, i nipotini, mia sorella, gli amici. Un giorno con mia sorella, dopo avere sempre rispettato le distanze, ci siamo guardate e abbiamo detto: abbracciamoci. Ci siamo strette e abbiamo pianto insieme, era troppo bello, troppo mancante quell’abbraccio, troppo inaccettabile una vicinanza che non lo contemplasse».