L’Importanza Dell’Imperfezione, L’ Intervista A Telmo Pievani

Di Odoardo Maggioni

Telmo Pievani è un evoluzionista e filosofo della scienza. All’università degli studi di Padova ricopre la prima cattedra italiana di Filosofia delle scienze biologiche. Ho letto il suo ultimo libro “Imperfezione“, rimanendone affascinato. Ci diamo subito del «tu» e poco dopo mi trovo a parlare da un’ora con un uomo colto e sorridente, pacato e umile, che tratta temi complessi in modo semplice, le cui parole, purtroppo, posso riportare solo in piccola parte.

Volevamo focalizzare la tua intervista sulle relazioni: la relazione con se stessi, con l’altro, con la Terra, con l’imperfezione e come queste relazioni siano cambiate o possano cambiare dopo questo periodo.

«Abitando a Bergamo ho vissuto la tragedia molto da vicino. Adesso però sta tornando tutto un po’ come prima. Si sta ripetendo quello schema che accade spesso durante le pandemie: c’è un primo momento in cui nessuno ci vuole credere, sottovalutiamo; poi arriva la fase della paura. Quando una pandemia finisce, scatta il sollievo: dimentichiamo e questo sarebbe un peccato, perché dentro questa tragedia ci sono grandi occasioni di consapevolezza. Ne scelgo due. Una riguarda l’imperfezione: il virus è un organismo elementare che fa pochissime cose e le fa molto bene, un esempio di perfezione evoluzionistica darwiniana, ha appreso molto bene tutte le regole dell’evoluzione, riuscendo a mettere in scacco dei mammiferi di grossa taglia come noi, che siamo molto lenti ad evolvere e mutare: siamo molto imperfetti, ma per questo creativi e con una grande capacità di trovare delle soluzioni. Noi abbiamo dei vantaggi rispetto al virus: la nostra intelligenza, la nostra capacità di prevedere e di fare scienza. Tuttavia siamo un veicolo perfetto per il virus: siamo quasi otto miliardi, ci ammassiamo, ci spostiamo con gli aerei. Quello che è successo è una grande occasione per capire la vulnerabilità umana: siamo vulnerabili e siamo dipendenti dalle relazioni ecologiche. Le pandemie non nascono dal caso. Stanno diventando sempre più frequenti, poiché devastando l’ambiente e commerciando illegalmente animali esotici aumentiamo le probabilità che i virus facciano un salto di specie. La seconda grande occasione è assumerci la responsabilità di ciò che è successo, poiché tutto è interconnesso: nelle grandi zone industriali dove le merci si spostano, come Bergamo e la Lombardia, il lato oscuro della globalizzazione si fa più che mai sentire. Infatti il virus segue gli stessi percorsi del mercato. Infine, aggiungerei una terza occasione che più che un’occasione è stato un esperimento che non si era mai fatto prima: l’umanità si ferma e con un’incredibile rapidità gli animali e le piante tornano a riprendersi i propri spazi, la qualità dell’aria e delle acque migliorano molto rapidamente. Il mondo torna a respirare. È stato un momento di rivelazione importante che purtroppo è già rientrato».

Telmo Pievani, filosofo ed evoluzionista, è Ordinario presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli studi di Padova, dove ricopre la prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche. È autore di numerose pubblicazioni nazionali e internazionali nel campo della filosofia della scienza fra le quali: Imperfezione (2019), Homo Sapiens e altre catastrofi (2018) e La vita inaspettata (2011). Collabora con Il Corriere della Sera, Le Scienze eMicromega

Secondo te può essere questa l’occasione per scegliere di essere «più buoni»? Detto in modo più grezzo: in un Paese come il nostro si potrà sviluppare un senso civico che ci porti ad essere tutti meno egoisti e a pagare le tasse?

«Tendiamo spesso in un momento di emergenza ad antropomorfizzare la natura: leggiamo titoli come “La natura ci sta punendo” oppure “Facciamoci perdonare dalla natura”. Sono tutti modi di pensare che la natura sia un agente intenzionale. In realtà, fin da David Hume, sappiamo che la natura non è né buona né cattiva, è un insieme di meccanismi e di processi dentro i quali ci siamo anche noi. La categoria giusta è la responsabilità: noi siamo soggetti capaci di prevedere gli effetti delle nostre azioni e per questo siamo anche degli agenti morali, ovvero agenti che possono prevedere se un’azione possa fare del male a qualcuno. Quello che mi stupisce è che non ci si accorga che questa pandemia, dal punto di vista economico ci costerà molto di più di un ipotetico costo di smantellamento di ciò che provoca danni all’ambiente. Un’altra cosa che facciamo fatica a capire è che non ci si può accorgere di quanto sia importante il servizio sanitario nazionale solo quando c’è un’emergenza, anche se mi sembra che ora comprendiamo un po’ di più l’importanza di questo patrimonio unico che abbiamo: l’idea di sistema sanitario universalista. Qualcuno vorrebbe distruggerlo o privatizzarlo, invece è un patrimonio che altri Paesi ci invidiano. Venendo al senso civico degli italiani, è vero, gli italiani hanno un problema di evasione fiscale a un livello intollerabile, ma allo stesso tempo siamo un popolo che quando c’è un’emergenza è capace di slanci di cooperazione e di solidarietà che hanno impressionato tutto il mondo, perché il lockdown come l’abbiamo fatto e rispettato noi e gli effetti positivi che ha avuto in tempi previsti, ce lo hanno invidiato persino i tedeschi».

Il tuo libro Imperfezione parla delle imperfezioni presenti in natura e di quanto siano affascinanti. Quanto siamo imperfetti noi Homo sapiens? Che relazione hai con le imperfezioni?

«Ritengo che riguardo le proprie imperfezioni bisogna essere molto onesti. Le imperfezioni si possono vivere anche male, poi ci lavori, ci ragioni su. Io le mie le ho elaborate. La natura, proprio come dicevamo prima, essendo qualcosa di ambivalente e amorale, ci porta cose buone e cose cattive che non vanno né demonizzate né idealizzate. Per quanto riguarda le imperfezioni degli altri, quello è un esercizio morale: il singolo che ha fatto i conti con le proprie imperfezioni deve capire anche quelle degli altri e non tollerarle semplicemente, ma comprenderle e valorizzarle. Tuttavia questo è un esercizio che non ci viene facile, è legato all’educazione che si ha avuto. Secondo studi recenti, che cito in un passaggio del libro, c’è un paradosso nel nostro cervello: per ragioni evolutive abbiamo un cervello che tende a dare troppa importanza alle diversità di categoria degli altri. Quindi è molto abituato a distinguere noi da un altro da noi: quando vede il volto di una persona molto diversa, la prima reazione è quella di una minaccia, e questo è un tipo di reazione molto negativa e pericolosa. Poi questa viene modulata dalle parti corticali, quelle più moderne e recenti della nostra evoluzione, c’è una sorta di conflitto neurale dentro il nostro cervello. Quindi ci vuole un lavoro sull’educazione, sulla cultura e sull’esperienza individuale per imparare a capire che la diversità è un’occasione, un’opportunità e non una minaccia. Quanto all’Homo sapiens, noi siamo l’enciclopedia delle imperfezioni. È un disastro il corpo umano dal punto di vista biomeccanico, però funziona e questo ci dice una cosa importante: nell’evoluzione non si parte mai da zero, la selezione naturale non riprogetta ogni volta un organismo da zero, ma si parte dal materiale a disposizione, con i suoi vincoli e imperfezioni, e lo si riorganizza per nuove strutture e funzioni. È più un lavoro da artigiano che non da ingegnere che progetta da zero una macchina. Dunque è chiaro che il risultato sarà un compromesso tra il materiale esistente e le nuove funzioni. Quello che cerco di far vedere nel libro è che questo non è un problema, ma è normale nell’evoluzione. Molti pensano che l’imperfezione sia un errore di percorso, al contrario, è proprio così che funziona l’evoluzione e questo ci rende molto creativi. Come diceva Darwin, dove c’è perfezione non succede più niente, dove c’è imperfezione, c’è promessa di cambiamento e storia».

Telmo Pievani interpretato da Chiara Bosna
Telmo Pievani interpretato da Chiara Bosna

Quanto è pericolosa o dannosa la ricerca della perfezione?

«Ho scritto l’Imperfezione per stigmatizzare gli stereotipi che vengono applicati alla natura. Noi vediamo la natura, i suoi ecosistemi e pensiamo che siano tutti belli e armoniosi e invece non vediamo tutto il caos, il disequilibrio e la sofferenza, ovviamente dal punto di vista dei giudizi morali. Lavorare sull’imperfezione vuol dire smontare certi miti della perfezione che sono tutti scritti nella nostra mente e che cerchiamo di applicare agli altri. È liberatorio lavorare sull’imperfezione perché se tu hai un qualsiasi criterio di perfezione in testa e con quello analizzi la realtà, da Platone in poi, questo ti porta ad avere una visione gerarchica del mondo e inevitabilmente qualcuno sarà più vicino al tuo ideale e qualcuno più lontano. Se non fossimo ognuno diverso a modo suo, non ci sarebbe trasformazione, non ci sarebbe cambiamento, non ci sarebbe possibilità di rispondere alle sfide ambientali e agli agenti patogeni, perché la diversità individuale è il motivo per cui alcuni di noi resistono meglio di altri agli agenti patogeni. Più sei puro, perfetto, più sei debole, più sei impuro, imperfetto, più sei forte. Tra l’altro poi, noi esseri umani abbiamo nel nostro genoma addirittura contributi genetici di altre specie umane e questo scardina qualsiasi idea di purezza: il nostro genoma è un mantello di Arlecchino con dentro i contributi di diverse specie umane da migliaia di anni».