Un Paese Per Vecchi. Come Si Risolve Il Problema?

Un paese per vecchi
Un paese per vecchi

Un paese per vecchi. Come si risolve il problema? Qui il commento di Carlo Baroni giornalista del Corriere Della Sera.

Di Carlo Baroni


I numeri sono contradditori. E non spiegano tutto. È come per il meteo. Ci sono un caldo e un freddo percepiti, lontani dalla realtà. In Italia il «percepito» è che siamo un Paese per vecchi. Vero. Ma è cosi anche perché siamo un Paese «di» vecchi.

Quello con il calo demografico più evidente in tutto il mondo occidentale. Un figlio per coppia, quando va bene. Basterà moltiplicare la prole per spalancare le porte ai giovani? Certo che no. La questione è più complessa. Questa è la prima generazione che potrebbe fare un passo indietro rispetto ai genitori. Dal dopoguerra in poi è stato tutto un progredire.

Un padre operaio aveva un figlio impiegato. E un nipote laureato e magari top manager in una grande azienda. C’erano figli di contadini che diventavano primari in ospedale. La scala sociale si è interrotta. Il ricambio generazionale si è in parte arrestato. In parte perché non è vero che tutti i posti di potere sono appannaggio degli over 60. Abbiamo un presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, relativamente giovane e anche ministri under 40, come Lucia Azzolina. A capo della più grande azienda del Paese c’è John Elkann, che di anni ne ha 44. Certo, il cognome, la famiglia incidono. Ma è anche vero, come diceva James Bond, che «gioventù non sempre è sinonimo di modernità».

È evidente che per altre cariche c’è un tappo intergenerazionale. I giovani sono costretti a stare in panchina per anni. Covando frustrazione e rabbia. E quando arriva il loro turno, hanno perso mordente e motivazioni. Ma siamo anche un Paese con procedure strane. Dove basta superare un concorso e diventare magistrato a 24 anni, e giudicare della vita degli altri, anche se l’esperienza di vita che hai accumulato manca ancora di qualche tassello. Poi però, per avanzare nella carriera di giudice vale un solo criterio: l’anzianità. Anche se hai l’acume giuridico di Perry Mason devi aspettare. O viceversa, ti basta avere i capelli bianchi per andare in Cassazione, anche se ti sei laureato al Cepu. 

L’invocazione «spazio ai giovani» non è una prerogativa di questi tempi oscuri. Ogni tanto riecheggia. Dovrebbe far riflettere quando a pretendere uno spazio per le nuove generazioni sono dei soloni, talvolta tromboni proprio che ricoprono cariche pubbliche o private importanti, ma non li schiodi neanche con le bombe al napalm. Tutti in là con gli anni, che guardano bene dal farsi da parte. Nessuno è indispensabile, tranne loro. Quelli che si fanno applaudire dai ragazzi che poi non faranno niente per lasciare loro spazio. Il «largo ai giovani» riguarda sempre qualcun altro, loro, al limite, cedono il posto a un figlio o a un parente, peggio che nel Medioevo.

Le storture creano danni. Magari non subito. Si parla di problema ambientale. Giusto. La generazione al potere pensa all’oggi. A consumare, sporcare il pianeta, lasciare un’eredità pesante a chi verrà dopo. È il tempo dell’egoismo, del qui e adesso. Tanto fra cent’anni noi non ci saremo. Non è un caso che sia stata una ragazzina di quindici anni a scuotere le coscienze. Come se ne esce?