La Storia Di Deborah Marchisello

Di Deborah Marchisello

Ciao a tutti, mi chiamo Deborah e sono una sopravvissuta.

Sì, esattamente: sopravvissuta. Perché pur avendo solo 27 anni, negli ultimi 4 anni ho avuto una vita fatta solo di dolori, ospedali e medicine. Sono sempre stata una ragazza solare, con cui poter uscire per un aperitivo, viaggiare, esplorare, divertirsi, insomma una ragazza come tante altre. Avevo sempre fatto sport: pallavolo, atletica leggera, nuoto.

Nel 2016 cominciai a dedicarmi alla palestra: dare sfogo allo stress in quel contesto mi piaceva. Una sera, dopo l’allenamento, iniziai ad avere male al nervo sciatico destro. Da lì, il calvario. Dapprima, dopo una risonanza magnetica, mi diagnosticarono un’ernia lombare L5-S1 che comprimeva il nervo sciatico destro e mi procurava dolori. Mi rivolsi a un dottore molto rinomato, specializzato in chirurgia vertebrale, che decise di operarmi asportando l’ernia, nell’estate del 2017.

Pensavo di riprendere la mia vita, pian piano. Ma il dolore tornò dopo pochi mesi, dapprima simile a quello precedente all’operazione, poi invece si diffuse a poco a poco in tutta la gamba, iniziando anche a prendere quella sinistra. Continuavano a dirmi che era tutto nella mia testa. Ebbi un crollo emotivo. Poi, vista la mia insistenza, mi fecero fare altre risonanze e controlli fino a giungere alla conclusione che le vertebre, dove prima c’era il disco asportato nell’operazione precedente, erano completamente collassate una sopra l’altra, schiacciando tutti i nervi delle gambe. Tutti i medici erano d’accordo che l’operazione era stata inutile e del tutto distruttiva per la mia schiena. Mi crollò il mondo addosso. Ero sempre quella che viaggiava nonostante i dolori, prendendo continuamente farmaci, ma ora era davvero pesante gestire tutto da capo.

Era il 2018. Iniziò un lento e lungo monitoraggio della situazione, in cui mi affidai per ben nove mesi a un altro rinomato chirurgo, che mi consigliò inizialmente di recarmi alla terapia del dolore, dove mi fecero assumere oppiacei e antiepilettici. Mi rivolsi anche a uno psicologo. La situazione iniziava ad essere pesante, e malgrado la vicinanza di famiglia e amici, nella mia testa si stava formando un «buco nero», quella che viene  comunemente chiamata depressione. Avevo quindi bisogno di supporto. Lui mi indicò anche l’ambulatorio psichiatrico per avere un aiuto a livello farmacologico. L’assunzione di oppiacei non è il massimo per una ragazza di 25 anni che vuole solo vivere la sua età, come tutte le altre. Entri in un mondo fatto di effetti collaterali iniziali dati dai farmaci, e il tuo corpo che dapprima li rigetta, finisce con l’abituarsi e poi ne richiede dosi maggiori, perché oramai assuefatto a quelle attuali, che quindi diventano inefficaci per coprire il dolore.

Andai avanti fino a novembre del 2018, poi cominciai ad aggravarmi e mi arresi: iniziai a stare a casa dal lavoro e a isolarmi totalmente: c’ero solo io con il mio dolore. Il chirurgo che mi seguiva mi disse che la situazione era delicata e non si sentiva più di operarmi.

Altro crollo emotivo. Altra disperazione. Cercare qualcuno di competente che volesse operare una ragazza giovane, non era semplice. Molti medici preferiscono le cure conservative piuttosto che operare. Tramite amicizie, fissai un appuntamento con un professore ortopedico specializzato in colonna vertebrale, primario di un ospedale rinomato di Milano. Non avevo molte aspettative, oramai mi ero praticamente arresa.

Deborah Marchisello interpretata da Chiara Bosna

Invece quel dottore in cinque minuti, guardando tutta la mia documentazione, esclamò: «Ci credo che hai così tanto dolore, hai una situazione davvero brutta da quello che vedo dalle risonanze, ma io posso risolverla. Ti opererò nel più breve tempo possibile». Uscii da lì FELICE. Non mi sentivo così capita da moltissimo tempo. A inizio febbraio del 2020 mi operò, inserendo nel mio corpo un impianto in titanio, impianto che mi porterò per tutta la vita, ma che mi ha salvato i nervi da lesioni permanenti e quindi la possibilità di camminare. Non nego che il post operazione fu abissale dal punto di vista del dolore per la ferita e per gli strascichi dei dolori pre-operazione che ancora oggi, dopo quasi due anni, certe volte avverto.

Purtroppo per me non era finita lì. Quel periodo di forte stress e depressione diede inizio a una malattia molto spesso definita «silente» e «invisibile», completamente diversa da quella che avevo appena avuto: la fibromialgia. Per chi non lo sapesse la fibromialgia è una malattia cronica che procura dolori continui in tutto il corpo. Si pensa che per la maggior parte delle volte venga per traumi subiti, sia fisici che mentali.

Non c’è una cura, ci si convive. Ovviamente ci vollero mesi per scoprire perché avessi dolori diffusi anche in parti del corpo che non erano riconducibili alla schiena. Grazie a una cara amica, anche lei affetta da fibromialgia, che aveva riconosciuto in me sintomi simili ai suoi, fui indirizzata verso uno specifico reparto di reumatologia in un ospedale di Milano, che mi diede la diagnosi conclusiva. Fui poi spostata nel reparto terapia del dolore, già a me molto familiare, dove sono in cura ancora oggi, per studiare una terapia specifica adatta a me.

A tutt’oggi la fibromialgia non è ancora riconosciuta in Italia come malattia invalidante. Però posso assicurare che conviverci non è semplice. Bisogna imparare a riconoscere i propri limiti fisici e a non superarli, per non pagarne le conseguenze in termini di dolori.

Oggi cerco di avere una vita normale, come tutti i miei coetanei. Non nego di portarmi dietro tanto dolore vissuto; per aiutarmi in questo sto facendo un percorso con il mio psicologo e la mia psichiatra e sto iniziando a riprendere in mano la mia vita dopo anni di incertezze. Ho deciso di fare dei cambiamenti partendo dal lavoro. Ho ripreso ad avere una vita sociale, quindi a uscire con le mie amiche; ho ricominciato a fare le mie camminate (leggere), non solo nella zona in cui abito, ma anche in montagna e nei boschi. Cerco di godermi ogni giorno, concentrandomi sulle cose positive, riconoscendo i miei limiti fisici e cercando di non focalizzarmi su quelle negative. 

Quando vivi certe situazioni hai maggior consapevolezza che devi saper apprezzare le piccole cose, soprattutto in questo periodo particolare segnato dal covid-19, in cui la nostra quotidianità è messa a dura prova. È in questo momento che bisogna cercare di rimanere uniti il più possibile rispettando le regole, soprattutto per salvaguardare le persone fragili come gli anziani, o persone con malattie autoimmuni o croniche come la mia.