«Come Stai?» La Domanda Fatta All’Uomo

Prima e durante il COVID, ci sono stati molti cambiamenti. Come stai uomo oggi? Ci da una risposta il poeta Arnoldo Mosca Mondadori.

Di Alice Nebbia

Il Bullone di questo mese porta alla luce una domanda fondamentale: «Come stai, tu?».

Da una conversazione con il poeta e autore Arnoldo Mosca Mondadori, nasce questa riflessione sull’Uomo e sulla Spiritualità.

Arnoldo, come stai?

«Dolore e gioia sono uniti, soprattutto in questo tempo. Si sente dentro il dolore degli altri e per gli altri e contemporaneamente si prova gioia per una piccolissima cosa. La vita è così: dolore e gioia sono sempre insieme».

Come sta l’Uomo?

«L’umanità ha per me bisogno di ritrovare se stessa. La crisi che stiamo passando ci dice chiaramente che c’è bisogno, come scrive così chiaramente il Papa nella sua ultima enciclica Fratelli Tutti, di una nuova fratellanza. E non è un concetto astratto: c’è bisogno di una vera e propria rivoluzione che parta da ciascuno. A ognuno è chiesto qualcosa: alla politica è chiesto di essere davvero e soltanto a servizio della comunità, all’economia di pensare a nuove forme di economia circolari basate sul dono, sulla condivisione, e non più sul profitto che esclude e crea povertà su povertà. A ogni persona penso sia chiesto di guardare alla propria esistenza e di metterla in relazione con quella degli altri, uscendo dalla visione egoistica ed entrando in quella della relazione. Dice ancora bene il Papa: non ci possiamo salvare da soli, siamo sulla stessa barca».

È un momento che non possiamo abbracciarci, relazionarci, ma abbiamo bisogno degli altri. Stiamo riscoprendo una nuova collettività, un nuovo modo per stare insieme?

«Penso sia insito nell’essere umano il bisogno della relazione. Senza relazione si muore, ci si spegne. È il bisogno di amore che Papa Francesco indica così bene in un passo di Fratelli Tutti: “La statura spirituale di un’esistenza umana è definita dall’amore”. Penso che il non ritenere scontato di poterci abbracciare potrà forse farci riflettere su ciò che è davvero autentico per noi. Un vero abbraccio a un amico ha un immenso significato. Rimane impresso nella vera memoria, quella dell’anima»

Papa Francesco dice che siamo tutti fratelli. Il Covid aiuta alla fraternità?

«Io credo che dopo un periodo di grande buio, come quello che stiamo vivendo, potrà esserci una nuova stagione. Penso sia importante ora interrogarci su ciò che conta davvero. Questa può essere un’occasione, come ogni grande sofferenza lo è. Nel buio si può capire dov’è la luce, quella vera, non quella finta dell’illusione».

Oggi chi rimane indietro? Chi non capisce la crisi mondiale, il Covid, la disuguaglianza: sono segnali che ci spingono a cambiare? Come?

«Rimane indietro chi si alza il mattino e pianifica il male. Basterebbe così poco. Basterebbe condividere ciò che siamo e ciò che abbiamo. Smetterla di tenere per noi, smetterla di volerci salvare da soli pensando che, ad esempio, la ricchezza e il potere possano metterci al sicuro e salvarci. È un’illusione: i soldi servono solo se vengono condivisi, altrimenti pian piano scavano la nostra fossa, ci tolgono la luce dagli occhi, ci rendono disumani. Invece è tempo di far circolare il denaro, di fare come una cara amica che ho e che ha donato più del novanta per cento dei suoi beni ai poveri, mentre è ancora in vita, senza aspettare di morire. È ora che dobbiamo condividere, e non solo i soldi».

È il ritorno della spiritualità?

«Ecco, sì, condividere ciò che è molto più prezioso del denaro e cioè la nostra essenza, che per me è spirituale. L’uomo è un essere che ha avuto in dono lo spirito. Ora la cultura tende a non considerare questo fatto o a sminuirlo. Persino la psicologia tende a negare l’esistenza del mistero dello spirito nell’uomo. Si pensa che lo spirito sia qualcosa di astratto, o di “religioso”. No, lo spirito è ciò che di più concreto esista, è la nostra natura più vera. È dallo spirito umano che si sprigiona l’amore. È invisibile, ma è ciò che costruisce le cose che per noi hanno valore, come l’amicizia, l’amore, l’arte…».

In questo delicato momento, cosa manca davvero all’uomo?

«C’è un passo molto bello del Vangelo, quando Pietro nella tempesta non riesce a raggiungere Gesù, e non ci riesce perché smette di VEDERE. Il verbo greco usato è “Blepwvn”. Consiglio di leggere questo brano: Matteo 14, 30. Pietro comincia a camminare sulle acque, e i suoi occhi, come quelli dei discepoli, sono fissi su Gesù. Ma nel momento in cui cessa di fissarlo, viene meno, “per la violenza del vento si impaurì e, cominciando ad affondare gridò. Signore salvami!”. È da notare che il testo greco ha una lettura più precisa: non “per la violenza del vento”, ma “vedendo il vento forte”. Vuol dire che Pietro guarda il vento, non Gesù, e perciò si spaventa. In questo momento siamo in una situazione simile».

La seconda ondata di Covid sembra aver messo in discussione «l’andrà tutto bene». Si potrà tornare ad aver fiducia in questo slogan? A senso farne uno slogan?

«La speranza è qualcosa di più grande dell’ottimismo. Preferisco la speranza, perché si radica su qualcosa di più grande di noi. È quel Mistero di cui abbiamo bisogno. Io credo che esista un Essere che è l’Amore e da cui siamo stati generati e penso che ogni essere umano abbia in se stesso una scintilla unica e irripetibile di questa Sorgente».

L’improvviso e accelerato uso della tecnologia (per esempio dad, smart working, ecc.) generato dal lockdown ci ha velocemente e forzatamente calati in una nuova dimensione: cambieranno i nostri comportamenti?

«Penso di sì. La tecnologia può entrare in modo molto positivo, anche a causa di questo tempo così difficile, nelle nostre esistenze. Ma la tecnologia deve sempre essere a servizio dell’anima, dell’umano. Rimanere semplicemente umani».

Come si sono modificate le relazioni interpersonali all’interno delle famiglie? Penso ai giovani, a come possono rappresentare un pericolo per gli anziani, alle famiglie separate dalla quarantena…

«È un periodo difficilissimo, una misteriosa guerra. Credo che solo con le armi pacifiche dell’anima potrà essere vinta».

Che cosa manca al nostro tempo?

«La coscienza del limite».

Come si costruisce la coscienza del limite?
«L’uomo, soprattutto nei Paesi “del primo mondo”, ha rimosso il fatto di avere dei limiti, il più grande dei quali è la morte. Ora la morte gli si presenta di fronte e l’uomo non riesce a guardarla. Dobbiamo imparare molto dai Paesi che chiamiamo del “terzo mondo”, dove ogni giorno l’umanità fa i conti con il rischio di morire di fame, di sete, a causa delle guerre. Sono le persone che ritenevamo “arretrate” a dirci qual è la rotta, è la loro capacità di convivere con il limite ad indicarci la via. Siamo noi arretrati».

Come si porta nel quotidiano la speranza? Come non costruire solo sull’illusione?
«Devo essere molto sincero. Bisogna accettare di aver bisogno, di non essere autosufficienti. Noi dipendiamo da tutto in fondo, sia fisicamente che spiritualmente: ogni due-tre secondi ci viene dato un nuovo respiro, il nuovo ossigeno che fa vivere il nostro organismo. Ma c’è anche un organismo spirituale in noi che ha bisogno di cibo. Ho visto la vera gioia negli occhi dei poveri delle baraccopoli a Nairobi, che non avevano cibo ma la luce negli occhi. Quella luce è data all’anima che cerca un rapporto personale con il mistero del Creatore. Poi ognuno può dare il nome che vuole a questo immenso Mistero. Ma c’è, e le persone davvero felici lo conoscono, lo intuiscono. Non è una questione di dottrina, ma di relazione. Io credo che nel buio più terribile, se si ha una relazione autentica con il Padreterno si può continuare ad essere felici».

Arnoldo, sei cattolico?
«Si, ma la categoria che più mi pare insopportabile sono i cattolici ortodossi, che pensano di essere superiori. Terribili. Pensano di avere la verità e giudicano sempre. Li trovo in antitesi sia con il Vangelo di Gesù sia con questo Papa meraviglioso, che ci è stato mandato dal Cielo. Tanti cattolici lo osteggiano perché lui svela la loro ipocrisia. Cattolici melliflui, che rendono mellifluo il messaggio rivoluzionario del Cristo».