Come Sta La Cultura? Intervista Ad Alberto Barbera

Alberto Barbera interpretato da Chiara Bosna
Alberto Barbera interpretato da Chiara Bosna

Intervista ad Alberto Barbera. Come sta la cultura? Come è cambiata in questo periodo? Quali saranno le sfide?

Di Francesca Bazzoni

L’emergenza Covid sta portando a escludere una parte fondamentale della nostra società che soffoca sotto il peso della crisi: la cultura. Ne parliamo con Alberto Barbera, critico cinematografico, ex direttore del Torino Festival e attuale direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Alberto, come sta?

«Io sto bene, sono appena stato riconfermato per altri quattro anni alla direzione del festival, una posizione così bella da non poterne che essere felice. È un periodo meno intenso del solito, perché alcuni progetti sono rimandati o cancellati. Certo, sono preoccupato per le incertezze del futuro, l’evoluzione di questa pandemia, l’economia della nostra società e del mondo intero».

Guarda qui l’intervista ad Alberto Barbera

Come Sta Il Cinema?

E il cinema?

«Il cinema sta malissimo; il mondo della cultura è stato colpito più gravemente di altri. Se la cultura non produce, i film non circolano e i teatri rimangono chiusi, significa un blocco totale non solo per i proprietari di sale cinematografiche o teatri, ma per un intero mondo che vive attorno alla produzione di opere di ogni genere. Significa che centinaia di migliaia di persone sono disoccupate e non sono tutelate, in quanto spesso lavoratori occasionali. La disoccupazione in questo settore è enorme, le sale sono rimate chiuse per molti mesi con un gravissimo danno economico, molte di queste non hanno più riaperto e non riapriranno più. Il futuro è una grande incertezza. Il rischio è che venga depauperato un intero settore, quello delle sale cinematografiche, perdendo così un’esperienza fondamentale».

Richiudono le sale, c’è una grande polemica in corso da parte dei lavoratori dello spettacolo, lei cosa ne pensa?

«Abbiamo fatto il festival di Venezia dopo mesi di grande incertezza se realizzare un grande evento internazionale che raccoglie migliaia di persone in uno spazio fisico ristretto. Abbiamo costruito un protocollo di sicurezza rigidissimo e lo abbiamo applicato in maniera ferrea, e nonostante in undici giorni di festival siano transitate circa 6000 persone, non c’è stato un solo contagio. Nei cinema è stato lo stesso. Sono i luoghi in cui si è più controllati, con accesso limitato, distanze garantite, interazione e contatti minimi. Il Ministro della Cultura ha preso questa decisione per limitare gli spostamenti, anche se gli spettatori erano talmente pochi da influire pochissimo sui mezzi di trasporto. È una decisione che tutti noi (io tra i primi ho firmato l’appello di Cultura Italia e diretto a Conte e Franceschini) abbiamo ritenuto ingiusta e penalizzante, che oltre creare un danno enorme al settore, priva tutti noi di una componente essenziale della nostra vita, la cultura, l’utilizzazione del tempo libero per attività che alimentano la nostra esistenza. Non ci cibiamo solo di pane, ma anche di musica, libri, film, teatro; abbiamo bisogno di nutrire sia lo stomaco che la mente. Inoltre la cultura è sempre stata un laboratorio del futuro, di idee, progettualità e capacità di individuare il modo in cui possiamo reagire alle difficoltà e alle crisi. Rinunciare a questo, bloccare la produzione culturale, è un errore strategico prima ancora che un danno economico».

La Mostra Del Cinema DI Venezia Di Alberto Barbera

Cos’ha significato riuscire a fare il festival?

«È stato vissuto da tutti come un miracolo, un grande segno non solo di coraggio, ma anche di capacità di aver costruito un modello effettivamente efficace. Molti erano preoccupati e mi chiedevano se era davvero il caso di correre questo rischio, ma dopo un paio di giorni tutti erano felici, sereni; hanno visto una situazione sicura e un controllo meticoloso e questo ha creato un bel clima. A livello mondiale tutti hanno vissuto questo evento nella sua unicità, siamo stati gli unici a realizzare un festival di dimensioni quasi normali, come segno di grande ottimismo e di fattibilità: si può fare, basta adottare le misure necessarie».

Cambierà il mondo del cinema?

«Sta cambiando rapidamente, siamo nel mezzo di una rivoluzione dell’industria culturale imposta dalle nuove tecnologie. Già prima della pandemia la crescita delle piattaforme di streaming che offrono prodotti inediti era molto preoccupante per chi operava nel settore tradizionale, o nella distribuzione indipendente e aveva le sale come riferimento principale, ma se prima il rapporto dei film che arrivavano direttamente sulle piattaforme streaming e quelli che prima passavano nelle sale era un 25% contro il 75%, il rischio è che quando finirà questa pandemia questo rapporto sarà ribaltato. Sarà un grave danno, perché nonostante i vantaggi di queste piattaforme, si perde qualcosa di essenziale: l’idea di condividere le emozioni con gli altri spettatori, sentire i respiri, i pianti, le risate; è qualcosa che aggiunge una dimensione fondamentale all’esperienza cinematografica. A casa l’emozione viene contenuta, ridotta, non si percepisce la metà delle informazioni che un’immagine contiene, la grandezza dell’immagine e l’audio non sono gli stessi. In sala ti immergi nell’atmosfera visiva e sonora, è un’esperienza diversa, molto più emozionale».

Alberto Barbera interpretato da Chiara Bosna
Alberto Barbera interpretato da Chiara Bosna

Il Covid Nel Cinema

Le relazioni si consumano sempre più a distanza, che uomo stiamo creando?

«Internet e i social ci permettono di accedere rapidamente ad infinite informazioni facendoci risparmiare moltissimo tempo e avere il mondo a portata: l’informazione è una componente essenziale della nostra dimensione sociale, quindi è positivo. L’aspetto negativo è una tendenza deprecabile a trasferire gran parte della nostra esistenza personale nel mondo virtuale; il rischio è che si deleghi allo strumento parte della propria vita, privandoci di qualcosa di essenziale: la dimensione fisica del contatto e dell’esperienza immediata. I social sono inoltre diventati un veicolo che canalizza i lati peggiori delle persone, un’aggressività verbale che può diventare estremamente pericolosa. Bisogna essere consapevoli e utilizzare questi strumenti straordinari nella maniera più corretta, come possibilità di arricchimento, senza farsene imprigionare».

Quanto il Covid entrerà nel racconto cinematografico?

«Dopo l’11 settembre si diceva che il mondo non sarebbe stato più lo stesso, che la comunicazione e il cinema sarebbero cambiati. In realtà le persone non volevano vedere film sulle Torri Gemelle, quello che hanno visto in televisione andava molto al di là della capacità del cinema di creare la stessa emozione, e la visione in tv ha saturato la nostra voglia di tornare su quel momento. Sono quasi sicuro che succederà lo stesso con il Covid, una volta superato, non vedremo l’ora di dimenticarcene. È un meccanismo psicologico semplice, si tende a rimuovere tutto ciò che provoca dolore. Sarebbe giusto ricordare e imparare da quanto accaduto e magari questa esperienza verrà rielaborata come sottofondo di una storia, o in maniera metaforica, ma è qualcosa che abbiamo vissuto tutti in prima persona e non abbiamo bisogno che qualcuno ce lo spieghi in un film».

Nel Bullone abbiamo parlato di scontro generazionale: si manifesta anche nel cinema?

«Assolutamente, noi cresciuti nel dopoguerra abbiamo vissuto un momento di enorme sviluppo della società italiana, di investimenti, disponibilità economica e di grande energia che però, si è esaurita poco a poco, eliminando molte possibilità per i giovani. Oggi facciamo i conti con un’economia devastata e tutti i giovani fanno enorme fatica a trovare un posto nella società e a crearsi un’identità in un sistema che cambia così repentinamente, lasciando indietro tutti quelli che non stanno al passo. Questo non vuol dire che non ci sono possibilità di riuscita, siamo noi che dobbiamo costruirci il nostro futuro, gran parte delle possibilità dipende dalla capacità di far fronte alle difficoltà e superarle con impegno dedizione, volontà e capacità di soffrire, poco ci viene regalato, dipende da noi e dalla nostra forza».