Come Stai? E La Risposta Che Mi Do Da Sola

Come stai? come sto? Una domanda di rito quando si incontra qualcuno. Ma se non fosse per forza così? Cosa c’è dietro ad un “bene”

Di Alessandra Vismara

Mi hanno insegnato a chiedere sempre: «Come stai?» per educazione.

Quando incontri un amico, un conoscente o un vicino, è la domanda di rito che segue, come logica conseguenza, un garbato saluto. Come se fosse una domanda retorica, poco importante è ascoltare o meno la risposta… che comunque nella maggioranza dei casi sarà un «bene»; una semplice parola che può nascondere mille significati, ma che spesso agisce come un’esortazione a non indagare oltre.

Quello che nessuno insegna mai è di rivolgere la domanda a se stessi.

Come Stai? Come Sto?

«Come sto?», ecco, ha un’eco già meno orecchiabile. Puoi cercare la risposta nell’intimità della tua camera o mentre passeggi da solo, quasi sempre in una ricerca solitaria e silenziosa. La risposta poi è qualcosa che non si condivide, che resta nascosto sotto la superficie; non è certo un brillante argomento di conversazione tra una portata e l’altra, o un sagace intercalare a una battuta. Semplicemente si evita.

Per me è sempre stata una domanda molto difficile. Il più delle volte non ho una risposta pronta, ma devo scavare nel tumulto dei miei pensieri per trovarla. Mi è più facile non pensarci, evitando di conseguenza di intraprendere una via lunga e tortuosa, in cui le risposte che trovo possono anche non piacermi. Non chiedersi se la strada che si sta percorrendo sia quella giusta è più facile, perché pone dinnanzi a meno dubbi, ma si corre il rischio di non sapere più dove si sta andando. Così si continua a testa bassa lungo la strada, in silenzio. Invece credo che «come stai?» sia la domanda che deve guidare i nostri passi, perché le emozioni sono i punti cardinali della nostra bussola.

Rispondere «Male»

Tuttavia, alcune domande sono scomode non solo per se stessi, ma anche per la gente che ci circonda. Rispondere «male» equivale a renderti partecipe di qualcosa che non va, di un mio problema che ora io faccio diventare un po’ anche tuo. Ecco che è più facile non parlarne affatto, mantenere una cortesia di superficie che certamente dà un’impressione più fredda e distaccata, ma che è anche più sbrigativa. E a chi sta peggio, a maggior ragione, conviene non porre domande così insidiose. Potresti correre il rischio che ti chieda persino aiuto!

Non c’è da stupirsi se anche nella società accade la stessa situazione.

Accendi la tv e sul TG del momento scorrono le immagini dell’ultimo scontro politico, in un botta e risposta dove ciascuno è il presunto portavoce dei pensieri delle parti in causa. Cambi canale ed ecco l’intervista all’esperto del momento, pronto ad illuminarci sulla situazione socio-politica. Siamo invasi da una raffica di risposte, già preconfezionate e pronte. Eppure, nel risalto mediatico che si dà alla moltitudine di voci che esprimono il proprio pensiero, manca sempre la nostra. Quella di noi giovani che «tanto delegano tutto agli altri», ma che mai nessuno interpella per sapere come la pensiamo. Quella di noi ragazzi che «ormai non hanno più valori», anche se poi tu che dici così sei il primo che senza rispetto sta rovinando il mondo del nostro futuro. Di noi che ancora stiamo imparando, ma a cui non viene lasciato lo spazio per fare le domande.

In un mondo sempre più di corsa, dove le attività sono produttive solo se portano a un concerto guadagno materiale, manca il tempo per interrogare e soprattutto per interrogarsi.